martedì 26 ottobre 2010

In cerca di Salinger


Jan Hamilton 1988 - In cerca di Salinger – minimum fax, 2001

Holden, il ragazzo irrequieto.

Pg. 185 Quando non batte a macchina, contempla l’infinito. E’ un individuo profondamente serio, posseduto dalla ricerca di Dio. (Roger Machell)

Pg. 190 Gavin racconta che coltivavano il proprio cibo e non uccidevano neanche la più minuscola delle creature.

Pg. 191 Nella primavera e nell’estate del 1955, Salinger lavorò a un epitalamio di ventimila parole dal titolo “Alzate l’architrave, carpentieri”.

Pg. 192 Si potrebbe dire che ognuno di questi personaggi (i Caulfield e i Glass) esprime un importante tratto della natura di Salinger, come lui la percepiva a quell’epoca.

Pg. 218-219 Bertram Yeato, il pittore che una volta concedeva a Salinger di servirsi del suo telefono, raccontò a Mel Elfin del metodo di lavoro di Salinger. Elfin scrisse una breve biografia.

«Jerry lavora come un mulo. E’ un meticoloso artigiano che rivede incessantemente, lima e riscrive. Alle pareti del suo studio, Jerry ha una serie di ganci cui attacca con una molletta una quantità di foglietti di appunti. Credo che ogni gancio appartenga a un personaggio o a una situazione, perché, quando gli viene un’idea, tira giù la molletta, butta giù l’appunto e la rimette sul gancio. Ha anche un registro dove su una pagina è incollato un foglio del dattiloscritto e sull’altra ci sono frecce, promemoria e altri appunti per la revisione».

Pg. 226- 227 Salinger aveva Qualcosa Da Nascondere. A giudicare da quanto si può ricostruire dagli archivi di “Time” cominciava a emergere una chiara linea di indagine: la chiave della reclusione di Salinger, della sua clandestinità, si poteva comprendere decodificando i suoi due racconti più famosi, “Un giorno ideale per i pesci-banana” e “Per Esmè: con amore e squallore”. I racconti avevano due cose in comune: un eroe con i nervi molto danneggiati dalla guerra e un’eroina adolescente che per un momento sembra offrirgli la salvezza. “I pesci-banana” fu considerato il più importante dei due perché inaugurava la strana ossessione di Salinger per la famiglia Glass.
[…] Times aveva sguinzagliato i suoi reporter nel Paese con l’ordine di trovare i modelli reali di Muriel e Sybil.

Pg. 263
«E’ molto difficile rispondere. Non scrivo così. Io comincio a scrivere e vedo quello che succede».

«Lavoro con personaggi e, appena si sviluppano, vado avanti».

giovedì 29 aprile 2010

Il romanzo della rosa di Guillaume De Lorris

Frescura, freddura

Verso il roseto dovevo andare:
non c’è persona che rifiutare
possa all’AMORE quel suo comando.

Meglio tenere la bocca chiusa
Che dal linguaggio lasciare esclusa
La cortesia. Caro, hai capito?
La parolaccia scuote l’udito.
Non è elegante, non è cortese.
Uno che dice: “va a quel paese!”-
Tutte le donne servi ed onora,
al femminile “ora e labora”.
Se una linguaccia ne parla male,
se le parole di pepe e sale
Condisce quando parla a una donna,
digli che taccia, che di sua nonna o di sua madre deve parlare
quando una donna vuole oltraggiare.

Che Dio m’aiuti: questa è follia;
Di’, vuoi trovare l’atarassia?
Manda l’Amore presto in vacanza.
Fra te e l’Amore c’è intolleranza;
L’intolleranza, questo è il concetto,
spesso finisce con il rigetto.

Disquisire sul Roman de la Rose.

Leggendo il giornale

Addio a Denis Guedi, matematico e poeta divenuto celebre nel 1998 con Il teorema del pappagallo, odissea sull’origine e la storia della matematica.

Denis Guedj, lo scrittore e matematico che nei suoi saggi e romanzi ha messo in scena le scienze, la matematica e la loro storia, è morto a Parigi all' età di 69 anni. A renderlo celebre nel 1998 il suo libro Il teorema del pappagallo (Longanesi, poi Tea), odissea sull' origine e la storia della matematica. Tra gli altri libri: Il meridiano, La chioma di Berenice, Zero.
(28 aprile 2010) - Corriere della Sera

Tutti gli errori di Onfray su Freud

La polemica fra gli intellettuali dopo l’uscita del libro pieno di accuse all’autore dell'«Interpretazione dei sogni»

Michel Onfray si lamenta di ricevere critiche senza essere letto? Ebbene, l’ho quindi letto. L’ho fatto sforzandomi di mettere da parte, per quanto possibile, i vecchi cameratismi, le amicizie comuni, come anche la circostanza — ma questo era evidente — che entrambi siamo pubblicati dallo stesso editore. A dir la verità, sono uscito da questa lettura ancora più costernato di quanto lasciassero presagire le recensioni di cui, come tutti, ero venuto a conoscenza. Non che per me, come invece per altri, l’«idolo» Freud sia intoccabile: da Foucault a Deleuze, a Guattari e ad altri ancora, molti se la sono presa con lui e io, pur non essendo d’accordo, non ho mai negato che abbiano fatto avanzare il dibattito. E nemmeno sono il risentimento anti-freudiano, la collera, addirittura l’odio, come ho letto qua e là, a suscitare il mio disagio alla lettura del libro Crépuscule d’une idole.

L’affabulation freudienne (Grasset): si fanno grandi libri con la collera! E che un autore contemporaneo mescoli i propri affetti con quelli di un glorioso predecessore, che si misuri con lui, che faccia i conti con la sua opera in un pamphlet che, nell’ardore dello scontro, apporta argomenti o chiarimenti nuovi è, in sé, qualcosa di piuttosto sano. Del resto, Onfray l’ha fatto spesso, altrove, e con vero talento. No, non è questo. Quel che infastidisce nel Crépuscule d’une idole è di essere banale, riduttivo, puerile, pedante, talvolta al limite del ridicolo, ispirato da ipotesi complottistiche assurde quanto pericolose; e di adottare — il che è forse la cosa più grave — il famoso «punto di vista del cameriere», di cui nessuno ignora, a partire da Hegel, che raramente sia la persona più adatta a giudicare un grand’uomo o, peggio ancora, una grande opera... Banale: come unico esempio, cito la piccola serie di libri (Zwang, Debray-Ritzen, René Pommier) ai quali Onfray ha l’onestà di rendere omaggio, oltre ad altri testi, alla fine del volume, che già difendevano la tesi di un Freud corruttore dei costumi e foriero di decadenza.

Riduttivo: ci vuole un bel fegato per sopportare, senza ridere o senza spaventarsi, l’interpretazione quasi poliziesca che Onfray dà del bel principio di Nietzsche, che pure conosce meglio di chiunque altro, secondo cui una filosofia è sempre una biografia criptata o mascherata (grosso modo: se Freud inventa il complesso di Edipo è per dissimulare i pensieri pieni di rancore che nutre nei confronti del suo gentile papà e per riciclare le turpi pulsioni che prova verso sua mamma). Puerile: il rimpianto di non aver trovato, nelle «seimila pagine» delle opere complete di Freud, la «schietta critica del capitalismo» che avrebbe riempito di soddisfazione Michel Onfray, creatore dell’università popolare di Caen. Pedante: le pagine in cui Onfray si chiede con gravità quali debiti inconfessabili il fondatore della psicanalisi avrebbe contratto, ma senza volerlo riconoscere, verso Antifone di Atene, Artemidoro, Empedocle o verso l’Aristofane del Simposio di Platone. Ridicolo: è la pagina in cui, dopo oscure considerazioni sul probabile ricorso di Freud all’onanismo, poi un non meno curioso tuffo nei registri degli alberghi, «la maggior parte lussuosi», dove il viennese avrebbe protetto, per anni, i suoi amori colpevoli con la cognata, Onfray, trascinato da uno slancio da poliziotto della Buoncostume, finisce con il sospettarlo di aver messo incinta la suddetta cognata che, all’epoca, era giunta a un età in cui questo tipo di lieto evento si verifica, salvo nella Bibbia, molto raramente.

Il complotto: come nel Codice da Vinci (ma la psicanalisi, secondo Onfray, non è forse l’equivalente di una religione?), il complotto è l’immagine vagheggiata di giganteschi «container» di archivi sotterrati, in particolare, nelle cantine della Biblioteca del Congresso a Washington, alle cui porte veglierebbero milizie di templari, freudiani cupidi, feroci, astuti come il loro venerato maestro. Infine, il punto di vista del cameriere: è il metodo, sempre bizzarro, che consiste nel partire dalle presunte piccole debolezze dell’uomo (l’abitudine freudiana di scegliere egli stesso — chissà perché! — il nome di battesimo dei figli «sulla base della propria mitologia personale»), dalle sue non meno presunte stranezze (sete di gloria, ciclotimia, aritmie cardiache, tabagismo, umore oscillante, piccole prestazioni sessuali, paura dei treni: non invento nulla, questo catalogo di «tare» si trova nel libro); eventualmente dai suoi errori (come la dedica a Mussolini, da sempre nota, ma che Onfray sembra scoprire e che, estratta dal contesto, lo fa sprofondare in uno stato di grande frenesia) per dedurne la non validità della teoria nel suo insieme. Onfray raggiunge il colmo quando, alla fine del libro, ricorre addirittura al testo di Paula Fichtl, cioè ai ricordi di colei che fu la cameriera, per cinquant’anni, della famiglia Freud e poi dello stesso Sigmund, per denunciare le relazioni dell’autore di Mosè e il monoteismo con il fascismo austriaco. Tutto questo è desolante. Mi riesce penoso, in tutti i sensi del termine, ritrovare in tale tessuto di banalità, più stupide che malvagie, l’autore di libri — fra gli altri Il ventre dei filosofi (Rizzoli, 1989) — che vent’anni fa mi erano parsi così promettenti. La psicanalisi, che ha visto ben altro, si rimetterà. Quanto a Michel Onfray, ne sono meno sicuro.

Bernard-Henri Lévy
(traduzione di Daniela Maggioni)
29 aprile 2010

Cultura Anniversari A cento anni dalla morte, Iperborea ripropone uno dei capolavori dello scrittore. Il rigore morale e le contraddizioni della vita
Quando la patria dimentica i padri
L' eredità riscoperta di Bjørnson, Nobel norvegese Il luogo e il tema In una natura desolata, scienza e fede si contendono vanamente la soluzione del mistero legato all' esistenza

I padri non hanno vita facile, anche e specialmente in letteratura, e non godono di buona stampa, a differenza dei figli, cui va l' istintiva solidarietà e simpatia perché li si vede incompresi, generosi pur nelle trasgressive ribellioni, fragili anche nell' aggressività magari ingiusta, nobili nella radicalità pur prevaricatrice. I padri rappresentano la responsabilità, con tutta la grandezza, la seriosità e la fatale compromissione legate ad ogni responsabilità; quest' ultima è più difficile e complessa della passione, ma è certo meno attraente. Siamo tutti dalla parte di Edipo che uccide Laio; anche nella parabola evangelica il protagonista è il figliol prodigo, non il padre, che pure ha il compito più ingrato e difficile, quello di accoglierlo con slancio ma anche con avveduta attenzione, per far capire all' altro fratello che non gli si vuole far torto. In quella parabola, che per la fede cristiana è scritta dalla stessa verità divina, il padre è figura di Dio e il figliol prodigo dell' uomo; evidentemente gli uomini, con il loro disordine e le loro cadute, destano, per la retorica pappa del cuore, più interesse di Dio con la sua universalità che deve tener conto di tutto e di tutti. Pure in letteratura i grandi padri - gli scrittori che esercitano un eminente ruolo rappresentativo e simbolico, padri della Patria, campioni della Libertà e del Progresso, eroi del Dissenso - corrono forti rischi. In genere, dopo un' iniziale periodo di gloria marmorea, incorrono nell' oblio o nell' irrisione. Bjørnstjerne Bjørnson - il grande scrittore norvegese di cui ricorre il centenario della morte e del quale Iperborea ripubblica uno dei capolavori, Al di là delle forze umane, ottimamente tradotto e presentato da Giuliano D' Amico - è uno di questi numi tutelari prima osannati e poi accantonati. Bjørnson ha tutti i requisiti per subire l' ingiusto destino dei grandi Padri Fondatori. Premio Nobel nel 1903, autore del testo dell' inno nazionale della Norvegia divenuta Stato indipendente nel 1905, egli è stato celebrato in tutta Europa (D' Amico ricorda, ad esempio, le solenni commemorazioni ufficiali per la sua morte in Italia). Autore poliedrico di racconti paesani - come il nostalgico e struggente idillio Synnöve Solbakken - romanzi borghesi di critica sociale e soprattutto di possenti drammi, Bjørnson ora sembra quasi dimenticato. Democratico generoso, si è battuto per le minoranze allora oppresse - ad esempio per gli slovacchi - ed ha affrontato grandi temi ottocenteschi, la critica alle istituzioni borghesi, all' ipocrisia sociale e alle menzogne convenzionali su cui si reggono le gerarchie politiche, economiche ed etiche. Nutrito di cultura positivista, è stato un progressista radicaleggiante, non senza evitare il rischio di un moralismo ottimista impari alle inquietudini e alle lacerazioni della vita e soprattutto della modernità. In ogni responsabile padre - di famiglia o della patria - ci può essere un pizzico del padre di Armando nella Signora della camelie, che allontana la donna pericolosa e irregolare amata dal figlio, nel quale peraltro ci può essere un pizzico del bambino viziato cui tutto è dovuto. «Falso come un oratore ufficiale», disse Strindberg di Bjørnson. Ma il grandissimo Strindberg era, in questo caso, irresponsabilmente ingiusto; del resto aveva il bisogno di esserlo, nella parabola della sua vita e della sua creazione. C' è una grande, geniale inquietudine in Bjørnson, una fortissima sensibilità per le contraddizioni della vita, che egli coglie e rappresenta con grande potenza poetica. Negli anni della sua vita e della sua opera, la Norvegia, questa incantevole e appartata periferia d' Europa, diviene una capitale della letteratura mondiale; dai suoi fiordi solitari, dalle sue aspre montagne e dai suoi boschi silenziosi, nasce una letteratura che esprime, con straordinaria genialità, la trasformazione epocale che stava avvenendo nella storia d' Europa e nella psiche dell' individuo, mutandolo radicalmente. Sono grandi voci come quelle di Lie e Kjelland, i cui bellissimi romanzi borghesi ispirarono Thomas Mann; il genio assoluto di Ibsen, forse ancora insuperato nella rappresentazione di una drammatica lacerazione della nostra civiltà non ancora sanata; e appunto Bjørnson. Nato a Kvikne, fra le desolate montagne, e cresciuto nella parrocchia paterna di Nesset, anche Bjørnson è uno di quei «figli di pastori» cui la letteratura tedesca e nordica deve tante grandissime pagine poetiche e filosofiche che hanno indagato a fondo la crisi della civiltà. Pure Bjørnson, come Lessing o Nietzsche, ha appreso dalla parrocchia luterana un' esigenza di rigore morale che spinge ad analizzare spietatamente lo stesso Cristianesimo e le sue Chiese, contestandole in nome di un bisogno di verità assorbito dal Cristianesimo stesso. Come altri, Bjørnson ha denunciato il rigido dogmatismo della Chiesa luterana in nome di un più libero cristianesimo del cuore. Come quella del ben più grande Ibsen, la sua opera vive di una feconda contraddizione tra la rivendicazione della vitalità e una severità morale che se si ribella alle norme convenzionali, pure soffoca, con la sua stessa inflessibilità etica, i desideri e le pulsioni anarchiche della vita. Al Cristianesimo viene imputato di reprimere la vita, ma esso rivela invece, a Bjørnson come a Ibsen, una terribile forza vitale, capace di guardare in faccia la selvaggia demonicità dell' esistenza e della morte, dell' eterno e dell' effimero che entrambi annientano l' uomo e che il nobile moralismo laico è impari ad affrontare. Il Cristianesimo si rivela affine alla travolgente potenza della natura celebrata e temuta in Al di là delle nostre forze; una smisurata natura nordica, ignara di umanesimo e di misura. Dinanzi ad essa, lo scontro tra l' uomo di scienza e l' uomo di fede è una piccola, ma non per ciò meno tragica commedia intellettuale. Con il suo positivismo, Bjørnson è certo più vicino all' uomo di scienza, ma è l' uomo di fede, il pastore Sang - al quale egli è ideologicamente avverso - quello più capace di resistere alla distruttiva violenza del vivere. Scienza e fede si contendono vanamente la spiegazione del mistero; alla letteratura, ha scritto Javier Marías, compete raccontare il mistero senza spiegarlo ed è ciò che fa con alta poesia Al di là delle nostre forze. RIPRODUZIONE RISERVATA

Magris Claudio, 28 aprile 2010, Corriere della Sera

giovedì 22 aprile 2010

Pietro citati, La colomba pugnalata

A Parigi, un giorno Reynaldo Hahn e Proust andarono al Jardin d’Acclimatation, dove c’era un gruppo di colombes poignardèès, - le colombe che portano sul petto una macchia rossa simile a una ferita insanguinata. Forse Robert de Montesquiou aveva parlato loro con entusiasmo di quegli uccelli privilegiati. Reynaldo osservò che “con la loro ferita rossa e come ancora calda” le colombes poignardèes “sembrano ninfe che si sono suicidate per amore e che un dio ha mutato in uccello”. Quel giorno Proust le contemplò a lungo, e le amò sempre profondamente. Sofferenza

I due filosofi di Rembrandt, ammirato da Proust al Louvre, in compagnia di Lucien Daudet.

Né la nonna né la madre di Marcel avevano paura del male, il loro animo era troppo puro per temerlo. Senza preoccuparsi delle curiosità malsane o delle situazioni ardite, o delle parole crude, non sapevano cosa fosse la pudibonderia. Temevano una sola cosa: la volgarità, la frivolezza. Male

In una lettera a Albert Thibaudet, per scusarsi di un presunto difetto nel carattere del protagonista della Recherche, egli scrisse: “Il fatto che in tutta la mia vita ho sempre pensato pochissimo a me stesso”. La frase sembra strana, se ricordiamo che Proust estrasse un romanzo di tremila pagine dalla sua vita, come il più infaticabile baco da seta: ma è esatta. Proust non pensava a sé stesso, prestava poca attenzione al suo io, bon badava alla propria persona; e se pensava a sé stesso credeva di non avere talento. Io, talento

Mai, né nel Jean Santeuil né nel Contre Sainte-Beuve né nella Recherche, egli ebbe il dono della forma rapida e assoluta: non era kafka che si poneva al tavolino dopo ore di lavoro di ufficio, senza schemi né abbozzi, e subito trovava l’espressione definitiva di un pensiero tremendamente complesso. Se gli scrittori aridi soffrono di povertà di idee, Proust soffriva per sovrabbondanza di idee e di sensazioni e di sottosensazioni e di sottosentimenti. C’era sempre un ingorgo, che lo faceva piombare nell’informe, e a volte gli faceva credere di non avere talento. Così doveva lavorare come un pittore: scriveva per approssimazioni e velature successive, aggiungendo sfumature a sfumature, colore a colore, rapporto a rapporto, trovando alla fine di questo lavoro inesausto la perfezione pastosa e piena di echi del suo stile fondu. Stile, idee

E quando concepì la sua cattedrale, conquistò proprio il dono che la madre, il padre, il nonno, Emerson gli imputavano di non avere: la volontà. Chiuso in casa, senza vedere nessuno, inflessibile, intangibile, si dedicò soltanto al suo libro, come se nient’altro al mondo esistesse e nient’altro esisteva). Si ammalò. Per amore del suo libro, non volle curarsi. Morì per eccesso di volontà, mentre la sua cattedrale restava incompiuta. Volontà, malattie

[…] la tenerezza morbida e radiosa che si avvicinava agli esseri per condividerne ogni piega; e poi il dono di trasformarsi in una moltitudine; e infine quella specie di sottile, inebriato stato di trance, che gli amici specie nella giovinezza riconoscevano in lui, sia di fronte ad un arbusto sia a una persona sia a una colombe poignardée. Trance

Presenza anagramma di speranze.
Un amico o una persona amata avevano una presenza reale accanto a lui e dentro di lui, sebbene fossero separati dalla distanza di una lettera o di una linea telefonica. Il loro corpo era lì, come l’ostia nel ciborio.

Gli altri sono incomprensibili. Negli altri non si penetra mai. Il mistero che si estende tra due individui non è meno oscuro di quello che divide l’Idea e la Realtà. Idea

Il dolore era la vera arma per penetrare nel cuore degli altri: uno strumento al quale nessuno era pari. Aveva letto Schopenhauer, e come lui pensava che l’amore puro fosse “per essenza pietà”. E pietà, compassione era anche l’amicizia. Lui non credeva che l’amicizia fosse un “voluttà spirituale e casta”, come scrisse una volta a Vaudoyer: l’amicizia dei filosofi e di Cicerone. Non era nulla di così limitato e misurato: ma sofferenza, rinuncia, sacrificio, perdita di sé, immolazione dostoevskijana. Ebbe la rivelazione di cosa fosse per lui l’amicizia, quando ascoltò il Parsifal di Wagner. Giunse alla scena nella quale Kundry bacia Parsifal. In quel momento Parsifal ha un gesto di spavento: preme il cuore con le mani: baciando Kundry, ha rinnovato in sé il bacio di Amfortas, la sua passione, la sua colpa, la sua piaga, che ora sanguina terribilmente nel proprio cuore. Egli è diventato Amfortas, con un’identificazione assoluta, perché la sua sola scienza è: Durch Mitleid wissend, “Sapere attraverso la compassione”. L’illuminazione di Parsifal colpì profondamente Proust, tanto che la paragonò, in una nota della Recherche, all’illuminazione che rivelava al suo eroe, nella biblioteca dei Guermantes, l’essenza della memoria, del tempo e dell’eternità. Amicizia, sofferenza

Rivedere pg. 83

Quando incontrò il primo lillà in fiore, che avrebbe dovuto essere del tutto inoffensivo, venne assalito da una tale crisi di asma, che i piedi e le mani gli divennero violacee come quelle degli annegati. Malattie

Per venti o trenta o quaranta ore, Proust subiva la crisi d’asfissia: non poteva respirare, né parlare, né mangiare, né scrivere: impallidiva, aveva sudori freddi, il corpo gelava; e la febbre saliva fino al delirio.

Proust visse come un gufo: uno strano gufo, figlio della luce, che non sopportava di vivere la notte. Rimase sempre il bambino, di cui racconta il Jean Santeuil. Nella Recherche: “Io, lo strano essere umano, che, attendendo che la morte lo liberi, resta immobile come un gufo e, come lui, vedo un po’ chiaro soltanto nelle tenebre”. morte

Amava Ruskin e le sue montagne ne®vose

mercoledì 21 aprile 2010

Romain Rolland, Vita di Beethoven

Era piccolo e tozzo, dal collo grosso e dall’ossatura atletica. Aveva il viso largo, color rosso mattone, tranne che verso la fine della vita quando gli venne un incarnato malaticcio e giallastro, soprattutto d’inverno, che doveva starsene chiuso in casa, lontano dai campi. La fronte era potente e rilevata; i capelli estremamente neri, irti e spessi, tanto che sembravano non esser mai stati pettinati: veri “serpenti della Medusaù”. J. Russel 1822

Gli occhi brillavano di una forza prodigiosa che afferrava tutti quelli che lo incontrassero. […] Poiché fiammeggiavano selvaggiamente in un viso bruno e tragico, furono generalmente considerati neri: erano invece grigio azzurri. Il pittore Kloeber, che gli fece il ritratto verso il 1818.

Il suo viso si trasfigurava, sia in un accesso di improvvisa ispirazione, uno di quegli impeti che lo prendevano anche in mezzo alla strada e che facevano stupire i passanti, sia quando lo si sorprendeva al cembalo. “I muscoli del viso si rilevavano, le vene diventavano gonfie, gli occhi selvaggi due volte più terribili, la bocca tremava; pareva un mago sopraffatto dai demoni da lui stesso evocati”, come un personaggio di Shakespeare. Kloeber.
Julius Benedict afferma che pareva re Lear.

Plutarco ha insegnato a Beethoven l’arte della rassegnazione.

La Sinfonia in do maggiore: il poema di un adolescente che sorride ai suoi sogni.

Nel 1801 oggetto della sua passione fu Giulietta Guicciardi. Era lei civetta, fanciullesca, egoista, e fece soffrire Beethoven sposando nel novembre 1803 il conte Gallenberg.

Dell’inflessibile senso morale: “Raccomandate ai vostri figli la Virtù, solo questa può rendere felici, non già il denaro. Parlo per esperienza: è la virtù che mi ha sostenuto nella miseria, è alla virtù che devo, insieme con l amia arte, di non aver posto termine alla mia vita con il suicidio”.
A Wegeler: “S’io non avessi letto in qualche libro che non ci si deve separare volontariamente dalla vita sinchè si può ancora compiere una buona azione, già da tempo sarei morto e senza dubbio per mano mia”.

Shakespeare era il suo idolo. L’appassionata prese ispirazione dalla Tempesta di Shakespeare, da lui considerata come la più potente delle sue sonate.

Vita di Beethoven di Frimmel.

“Non conosco altro segno di superiorità che l’essere buoni”, scrive il 17 luglio 1812.

Goethe cercò di conoscere Beethoven. I due grandi artisti si incontrarono in Boemia, ai bagni di Toeplitz, nel 1812, ma non si comprensero affatto.
“Goethe e Schiller sono i miei poeti preferiti, con Ossian e Omero, che disgraziatamente non posso leggere che tradotti”.

“Io sono il Bacco che mesce il vino all’umanità. Sono io che do agli uomini la divina frenesia dello spirito”.

Spohr dice che Beethoven doveva spesso restare in casa per colpa delle scarpe bucate.

Il nipote Carlo: “Sono diventato più cattivo perché mio zio voleva che diventassi migliore”.

“Quando mi viene un’idea, la concepisco sempre per uno strumento, mai per una voce”.

“Sacrifica, sacrifica sempre le sciocchezze della vita alla tua arte!” Dio soprattutto!”

Scriveva al nipote: “La nostra epoca ha bisogno di robusti spiriti per staffilare queste miserabili e perdute anime umane”.

Sul suo letto di agonia, il 17 febbraio 1827, dopo tre operazioni, attendeva la quarta; scrive con serenità: “Aspetto con pazienza e penso che ogni male porta con sé qualche bene”.

Morì durante un uragano, una tempesta di neve, proprio nell’attimo in cui scoppiava un tuono. Una mano straniera gli chiuse gli occhi. Era il 26 marzo 1827.

Grillparzer: “Giunse sino al punto pericoloso in cui l’arte si fonde con gli elementi selvaggi e capricciosi”.
Schumann scrive della Sinfonia in do minore: “Per quanto la si ascolti, ogni volta esercita su noi un invisibile potere, come quei fenomeni della natura che, per quanto siano frequenti, ci riempiono ogni volta di timore e di meraviglia”. E Schindler, suo confidente: “S’impadronì dello spirito della natura”.

Ed ecco le nuvole gonfie di fulmini, nere di notte, colme di tempesta all’inizio della Nona.

La gioia attraverso la sofferenza.
Durch Leiden Freude.

Alla fine del secondo tempo della Sinfonia Pastorale, l’orchestra fa sentire il canto dell’usignolo, del cuculo e della quaglia; e si può dire che quasi tutta la sinfonia sia intessuta di canti e mormorii della natura.

“Voglio afferrare il destino alla gola: esso non riuscirà a piegarmi del tutto!”.

Pensieri di Beethoven sulla musica.
La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e di ogni filosofia… Chi penetra il senso della mia musica potrà liberarsi delle miserie in cui si trascinano gli altri uomini. A Bettina, 1810.

Perché scrivo? Tutto quello che ho nel cuore deve uscire: ecco perché.

Credete che pensi a un dannato violino, quando lo Spirito mi parla e scrivo ciò che mi detta? A Schuppanzich

Non ho l’abitudine di ritoccare le mie composizioni, un avolta che le ho terminate. Non l’ho mai fatto, convinto che ogni mutamento parziale alteri il carattere della composizione. A Thomson

Fra gli antichi maestri, solo Haendel il tedesco e Sebastiano Bach ebbero del genio. All’arciduca Rodolfo, 1819

Il modo di suonare di Beethoven non era corretto, la sua maniera di diteggiare era spesso errata e il suono trascurato. Ma chi poteva badare all’esecutore? Si era afferrati dai suoi pensieri, in qualunque maniera le mani li esprimessero. Barone di Trèmont, 1809

giovedì 15 aprile 2010

Come Proust può cambiarvi la vita. Alain de Botton




Per un attimo si sperò che potesse guarire quando, alzatosi a sedere sul letto, chiese una sogliola alla griglia, ma dopo che il pesce fu comprato e cucinato, Proust fu preso dalla nausea e non riuscì a toccarlo. Morì poche ore più tardi per un ascesso a un polmone.

La ricerca delle cause che stanno dietro allo spreco e alla perdita di tempo è uno dei temi centrali della Recherche.

“Ah, Céleste”, disse, “se fossi sicuro di poter fare con i miei libri quello che mio padre ha fatto per i malati”.

Dopo la sua morte, l’amico Lucien Daudet scrisse un libro di ricordi proustiani; tra gli altri c’è il racconto di una visita al Louvre. Ogni volta che guardava un quadro, Proust aveva l’abitudine di cercare di far corrispondere i personaggi rappresentati sulla tela alle persone che conosceva nella vita reale. Daudet racconta di un dipinto di Domenico Ghirlandaio intitolato Vecchio e nipote.
Proust osservò il quadro del Ghirlandaio per un momento, poi si girò verso Daudet e gli disse che quell’uomo era l’immagine sputata del marchese de Lau, una figura molto nota nel bel mondo parigino.

“Esteticamente, la gamma dei tipi umani è troppo limitata perché non si provi di frequente, ovunque si vada, la gioia di rivedere persone conosciute”.

“uno non può leggere un romanzo d’amore senza attribuire allperoina i tratti della persona che ama”

Albertine, vista l’ultima volta mentre passeggiava per Balbec con i suoi magnifici occhi ridenti

Come disse il fratello di Proust, Robert, “La cosa triste è che le persone devono essere molto malate o devono essersi rotte una gamba per avere la possibilità di leggere la Recherche”.

Alfred Humblot: “Non riesco a capire perché un tizio abbia bisogno di trenta pagine per descrivere come si agita e si rigira nel letto prima di addormentarsi”.

Proust era più spaventato dai topi che dai cannoni

Ottantatrè volte si era pulito il naso dall’inizio di una lettera lunga tre pagine scritta per Reynaldo Hahn. Versaille è a ottantatrè metri sopra il livello di Parigi e Proust non riesce a salire le scale dopo aver fatto ritorno a Parigi.

P. diceva di essere sospeso tra la vita e la morte sei giorni su sette.

Se era sempre stato così malato, affermava Hauser, dipendeva dall’essere rimasto a letto tutta la vita con le tende chiuse rifiutando i due elementi fondamentali per una buona salute: il sole e l’aria fresca.

“L’intera arte del vivere consiste nel trarre vantaggio dalle persone che ci fanno soffrire”.
“Le idee sono i succedanei dei dolori; nel momento in cui questi si trasformano in idee, perdono una parte della loro azione nociva sul nostro cuore.

Chi non conosceva Proust molto bene aveva la deprimente tendenza a chiamarlo col nome di uno scrittore contemporaneo all’epoca molto più famoso: Marcel Prévost. “Sono totalmente sconosciuto”, riconobbe Proust nel 1912.

Proustificare, coniato Da Fernand Gregh: “per esprimere un atteggiamento, non del tutto involontario, di gentilezza e di interminabile, deliziosa affettazione”.

La primavera di Millet, uno dei suoi quadri preferiti.

La cameriera di Proust era un’idiota: credeva che Napoleone e Bonaparte fossero due persone diverse, e si rifiutava di credere a Proust quando le spiegava che non era così.

“Mentre scrivevo il mio libro, sentivo che se Swann mi avesse conosciuto e avesse potuto servirsi di me, avrei saputo rendere Odette innamorata di lui.

Proust malato chiuso nell’arca. “Capii allora che Noè non avrebbe mai potuto vedere il mondo così bene come dall’arca, benché fosse completamente chiusa e fosse notte sulla terra”.

Nel 1899 in autunno andò in vacanza sulle alpi francesi, alla stazione termale di Evian, ed è qui che lesse e si innamorò delle opere di John Ruskin, il critico d’arte inglese noto per i suoi scritti su Venezia, Turner, il Rinascimento italiano, l’architettura gotica e i paesaggi alpini.

Illiers-Combray. In un angolo della rue du Docteur Proust, alla porta della panetteria-pasticceria è appeso un grande cartello che lascia un po’ sconcertati: “La casa in cui zia Léonie comperava le sue madeleine”.

Non è Illiers-Combray che dobbiamo visitare: se vogliamo davvero rendere omaggio a Proust dobbiamo cominciare a guardare il nostro mondo attraverso i suoi occhi, e non guardare il suo mondo attraverso i nostri occhi.

mercoledì 14 aprile 2010

Lettera di una sconosciuta, Stefan Zweig

Ogni cosa esisteva solo in quanto aveva un rapporto con te, ogni cosa nella mia esistenza aveva senso solo se era legata a te. Tu trasformasti, tutta intera, la mia vita. Fino allora apatica e mediocre a scuola, divenni d’un tratto la prima della classe, leggevo un’infinità di libri sino a notte fonda perché sapevo che tu amavi i libri; di punto in bianco – lasciando stupefatta mia madre – cominciai a esercitarmi al pianoforte con perseveranza, quasi con caparbietà, perché credevo che tu amassi la musica.

Ero sempre concentrata su di te, sempre in tensione e in movimento; ma tu non potevi sentirlo, così come non senti la tensione nella molla dell’orologio che porti nel taschino e che, nel buio, conta e misura pazientemente le tue ore, accompagna i tuoi passi, con il suo impercettibile battito e sul quale il tuo sguardo cade frettoloso per uno appena fra i milioni di tic tac, fra i milioni di secondi.

Tu non lo hai mai conosciuto, il nostro povero bambino – oggi mi faccio una colpa di avertelo tenuto nascosto, perché tu lo avresti amato. Non lo hai mai conosciuto, povero piccolo, non lo hai mai visto sorridere quando sollevava piano le palpebre e, con i suoi occhi scuri e intelligenti – i tuoi occhi! -, gettava una luce chiara, una luce gioiosa su di me e su tutto il mondo. Ah, era così gaio, così amabile: tutta la leggerezza del tuo essere si ritrovava in lui, nella sua versione infantile; in lui si rinnovava la tua fantasia pronta, vivace; per ore e ore poteva giocare infervorato con i suoi balocchi, così come tu giochi con la vita, e poi tornare a sedersi davanti ai libri, tutto serio e con la fronte aggrottata.

Allora in quella sala parto, all’Ospizio di Maternità, ho toccato con mano tutto l’orrore della miseria, ho capito che a questo mondo il povero viene sempre calpestato, sempre umiliato, è la vittima; e io non volevo, a nessun prezzo, che il tuo bambino, il tuo bambino così radioso e bello, crescesse in basso nella freccia, nel marciume, nella volgarità della strada, nell’aria metifica di una stanza sul cavedio.

Oh, ero profondamente consapevole della bassezza, dell’ingratitudine, dell’infamia che stavo commettendo verso un amico sincero, sentivo che il mio comportamento era ridicolo e che con la mia follia ferivo a morte e per sempre una persona buona, mi rendevo conto che stavo spezzando la mia vita – ma che cosa contava per me l’amicizia, che cosa contava per me la vita in confronto alla mia impazienza di sentire di nuovo le tue labbra su di me, di udire di nuovo, rivolte a me, le tue parole suadenti? A tal punto ti ho amato, e adesso che tutto è passato, che tutto è finito, posso dirtelo. E credo che, se tu mi chiamassi da questo mio letto di morte, troverei all’istante la forza di alzarmi e di venire da te.

Mi avevi baciata, e ancora una volta appassionatamente. Dovetti risistemare i capelli che mi si erano scompigliati e, mentre ero davanti allo specchio, proprio nello specchio ti vidi – e credetti di svenire per la vergogna e l’orrore – ti vidi infilare con discrezione un paio di banconote di grosso taglio nel mio manicotto. Come ho fatto, in quell’istante, a non gridare, a non darti uno schiaffo: me, per quella notte tu hai pagato me, colei che ti ha amato fin da quando era bambina, me, la madre di tuo figlio! Una sgualdrina del tabarin: questo ero ai tuoi occhi, niente di più, e mi hai pagata, pagata! Non bastava che tu ti fossi dimenticato di me, dovevo anche subire una simile umiliazione.

Lo sguardo gli cadde allora sul vaso azzurro, lì davanti a lui sulla scrivania. Era vuoto, vuoto per la prima volta dopo tanti anni nel giorno del suo compleanno. Trasalì, sgomento: fu come se, all’improvviso, una mano invisibile avesse aperto una porta e una corrente fredda fosse penetrata da un altro mondo nella quiete della sua stanza. Percepì una morte e un amore immortale: qualcosa gli si spezzò nel profondo dell’anima e, per la creatura invisibile, egli ebbe un pensiero incorporeo e appassionato come per una musica lontana.

(Brief einer Unbekannten)

Scintille di Gad Lerner

Cito solo un episodio dal Libro nero del genocidio nazista nei territori sovietici, curato da Vasilij Grossman e Il’ja Erenburg, censurato dal Pcus e pubblicato incompleto nel 1945 con prefazione di Albert Einstein negli Stati Uniti: “I fascisti picchiavano a sangue quella gente e la umiliavano in tutti i modi possibili. Li costringevano a leccare il pavimento e a pulire le finestre con una piuma di gallina. Gli ebrei venivano messi in fila e obbligati a picchiarsi tra di loro. Se gli uomini delle SS ritenevano che i colpi non fossero dati con sufficiente energia, sceglievano nella fila una vittima e davano una dimostrazione di come si fa ad ammazzare qualcuno di botte. Gli altri dovevano prendersi a ceffoni, tra le risate degli aguzzini. Poi, per tutti, la fucilazione”.
Temo abbia tratto ispirazione da questo resoconto Jonathan Littell per scrivere le trenta morbose pagine del romanzo Le benevole in cui descrive l’arrivo a Lemberg del suo protagonista, Maximilien Aue, perverso ufficiale delle SS.

Le botteghe color cannella dei racconti di Schulz. La via dei Coccodrilli.

I cardi lunghi e spinosi con i loro fiori blu sbiaditi. A Hirbet Kseif, dove è morto Uri Grossman.

Tali, mamma di Gad (Led), lavorava come assistente al Consolato generale d’Israele, a Milano. Si è laureata a trentanove anni all’università Bocconi, in Lingue e letterature straniere, con una tesi sul poeta Gèrard de Nerval, cui si deve la celebre definizione del Libano come “Svizzera del Medio Oriente”.

Il mite Primo Levi e il roccioso Marek Edelman sono due figure gigantesche dell’ebraismo contemporaneo che Israele non riesce a comprendere in sé.

Scrive Gad: “Sono un ebreo nato in un paese arabo che ammira la saggezza dell’Occidente. Ascolto musica classica la mattina e araba la sera. Sono un uccello migratore tra due mondi, con una gamba qua e una là, e a volte le gambe mi s’ingarbugliano e incespico”.

“E io potevo permettermi il lusso di riconoscerne il fascino, dilaniandomi malinconicamente fra le tre patrie, perché in realtà sono stato sì esule, apolide, in sospeso, ma non ho mai subito davvero la condizione che ti rende diverso da tutti gli altri uomini: essere profugo”.

Solo grazie all’esilio Khalil Gibran è divenuto l’autore arabo contemporaneo più letto del mondo. Sarà solo un caso, ma questo teorico libanese dell’ambiguità fu anche un deciso assertore della metempsicosi, cioè della reincarnazione delle anime che cinque secoli fa i maestri della Qabbalah, nella santa città palestinese di Safed, non distante dalla sua Montagna, individuarono nel vortice del gilgul.

martedì 27 ottobre 2009

Il Pompidou per sole donne



La collezione è la colonna su cui si regge un museo. Quella che gli conferisce un'identità e che gli consente di fare grandi mostre solo con quello che ha.
La mostra ora in corso è dedicata alle donne e si dipana sia per problemi sia per capitoli cronologici, con oltre cinquecento opere che rappresentano più di duecento artiste. Il discorso si fa del tutto privato in un capitolo dedicato a Virginia Wolf; una stanza espone la celebre serie di reperti che Sophie Calle ha rubato in un albergo quando si era fatta assumere come cameriera per spiare la vita degli altri.

Esses@centrepompidou, Parigi, fino al 23 maggio 2010
25.10, Il Pompidou per sole donne, Angela Vettese, dom sole 24, arte, Parigi, stanza rosa

giovedì 11 giugno 2009

L'origine della goccia di Philippe Daverio


Il "sinistro senatore McCarhty, quello che voleva vedere scomparire da ogni opera il significato per evitare ogni ipotesi di pensiero sovversivo".

Di Jackson Pollock "si sa che fu allievo di Thomas Hart Benton".
Diego Rivea "dipinge nel 1932 i ventisette pannelli sull'industria a Detroit, ha una mostra l'anno successivo al Moma di New York e si vede rifiutare il grande affresco al Rockefeller Center solo per una sollevazione della stampa conservatrice, mentre il committente non avrebbe trovato nulla di male al ritrattto di Lenin che conteneva".
"Nel 1945 Pollock si sposa con la pittrice Lee Krasner e se ne vanno i due a vivere in una sorta di capanna-studio a Long Island. Lì, nel granaio, porta a compimento la sua tecnica. Peggy Guggenheim gli aveva prestato i soldi per il contratto d'affitto. Il settimanale Life gli dedica quattro pagine nel 1951, chiedendosi se è propri lui il più grande artista d'America. Muore cinque anni dopo, l'11 agosto 1956, alcolizzato, in un car crash dove lui guidava la sua decapottabile, un anno dopo James Dean, che s'era ucciso con la Porsche spider il 30 settembre 1955. La prima serie di dipinti noti di Andy Warhol negli anni Sessata si intitolerà proprio Car Crash".
Artedossier dicembre 2008

giovedì 4 giugno 2009


First, giugno 2009

Per l’equilibrio degli opposti, Oliviero Toscani, il più antisistema dei comunicatori, s’è blindato dentro la Tenuta di San Rossore, già residenza estiva del re d’Italia e del presidente della Repubblica, ora gestita dalla Regione Toscana, protetto da guardiani con gli alamari che sorvegliano posti di blocco più sicuri di ponti levatoi. «Mai avuto proprietà nel mio lavoro, non voglio lavorare per le moquette». Infatti lavora per 34 container, gli stessi inviati ai terremotati d’Abruzzo, fusi in un unico parallelepipedo di plexiglas piantato nell’erba alta. «Mi avevano promesso 2 mila metri quadrati di scuderie reali, ma dopo tre anni devono ancora fare il bando per la ristrutturazione. Tutta colpa del presidente dell’Ente parco, un burocrate parcheggiato qui dal partito, hai presente quelli che entrano nella Fgci e per tutta la vita mantengono il posto fisso? Ecco, lui era capostazione a Vecchiano, ma ha trovato nel Pci l’ufficio di collocamento. Scrivi scrivi». Per cui ora medita di trasferire il suo laboratorio rinascimentale dell’arte della comunicazione, concepito come “factory etica”, a Casale Marittimo, dove abita, e al diavolo i politici: «Volevo fare un’altra Fabrica, stavolta al servizio delle istituzioni anziché di Benetton, una bottega per l’Italia. Però c’è solo una cosa peggiore dell’arrivare in ritardo ed è arrivare in anticipo. Mi sono già trovato un ex negozio dove si vendevano i gelati Dai Dai, quelli fatti a cubetto, ti ricordi? Così almeno la smetto di sciropparmi 200 chilometri di auto al giorno per venire a San Rossore».
La Sterpaia ti accoglie con un metro di quotidiani impilati all’ingresso, più altri sparsi sui pavimenti a raccogliere l’acqua che gocciola dai soffitti di cartone. Il calendario 2009 di Toscani è lungo due metri e alto uno e mezzo. Ogni giorno e ogni mese dell’anno sono già tappezzati di post-it in tre colori: quelli gialli portano il fotografo a Berlino, in Congo, a Tokyo, a Urbino, a Parma, ad Arzignano, a Salemi, dove Vittorio Sgarbi l’ha nominato assessore ai Diritti umani e alla Creatività; quelli violetti e azzurri sono le «op», destinazioni opzionali.
Oltre che un personaggio fuori serie, Oliviero Toscani è un sincero pacifista. Da anni lo bastono a mezzo stampa. «Propongo un armistizio», ho porto il ramoscello d’ulivo. «Siamo in guerra?», ha dissimulato sorpresa. Gli ho ricordato qualche giudizio: «Un simpatico guascone abituato a campare spacciando lampi d’ovvietà per flash di genio. Lui non inventa: s’ispira semplicemente alle miserie che lo circondano. Lui non interpreta: si limita a sfruttare ogni genere di bizzarria con la perseveranza del naturalista che deve completare una collezione di scarabei stercorari. Qualora finisse la cacca, andrebbero in crisi entrambi, il fotografo e il naturalista (anche gli scarabei). Per loro fortuna si tratta di un’eventualità remota». Conclusione sua: «È perché non capisci niente». Eccomi qui per capirne di più.
Come si fa per essere assunti alla Sterpaia?«Devi avere meno di 25 anni. Non me ne frega niente del titolo di studio. “Cerchiamo sovversivi”, è lo slogan sui manifesti che ho appeso in giro per il mondo. M’interessano scrittura, grafica, pittura, musica, audiovisivi, le arti della comunicazione di massa. Vieni qui col tuo portfolio. Se mi piacciono i lavori, ti prendo: una settimana di prova gratis e sei mesi di stage retribuiti. Poi si vedrà. Sono uno dei pochi che paga gli stagisti».
Perché lei che ha compiuto 67 anni qui non prende giovani che ne abbiano più di 25?
«Dopo i 25 sei cotto. A 80 però resti bravo, hai la capacità di poter sbagliare bene».
E se arriva un genio di 30 anni che fa?
Mi parli di suo padre Fedele, fotoreporter del Corriere della Sera.«Impossibile. A 30 hanno già un lavoro. Il posto fisso è per i fessi. Io li voglio solo precari come me, precario da una vita».
«Un ingenuo di grande onestà. Si entusiasmava. “Uè, Indro, andemm in Ungheria, andemm, che gh’è la rivolusiun!”. Così trascinò Montanelli a Budapest nel 1956. Oggi avrebbero entrambi 100 anni. Dovrei dedicargli una mostra. È sua la foto del grande vecchio seduto su una pila di giornali mentre batte a macchina l’articolo con l’Olivetti Lettera 22 appoggiata sulle ginocchia. Idem la foto della macelleria messicana a piazzale Loreto. Avevo 5 anni quando mi regalò la mia prima macchina fotografica, una Rondine della Ferrania. La usai subito per riprendere il mio Bambi di pannolenci e mia madre Dolores, figlia di un socialista anarchico, una proletaria aspirante piccolo borghese che era stata mandata a lavorare sotto padrone a 6 anni».
La pubblicità deve farsi guardare, farsi ricordare o far discutere?
«Deve buttare per aria i valori convenzionali».
Giovanni Rana e Francesco Amadori vendono tanti tortellini e tanti polli mettendoci la loro faccia. Pensa che raggiungerebbero risultati migliori se si affidassero a lei?
«Penso di sì. Tanto non riusciranno a vendere più tortellini e più polli di così. Quindi potrebbero almeno investire sull’intelligenza. Sono il primo artista ad aver elevato il mercato a giudice supremo».
Che cosa pensa degli spot televisivi?
«Non ho il televisore. Sono per l’eliminazione totale della tv, la più grande sciagura nella storia dell’umanità».
Da piccolo vedeva Carosello?
«Il mio problema è che la odio perché davanti alla tv non mi sono mai addormentato. Da bambino passavo ore a guardare il monoscopio della Rai nella nostra casa di ringhiera in corso Como. I primi arrapamenti li ho avuti con le annunciatrici. Donne che parlavano a me! Oggi non ho rinunciato alla tv per snobismo, ma per difendermi da una droga. Altrimenti sarei un tossico. Come il resto dei teleidioti italiani».
Ho capito: rimpiange Carosello.
«L’unico pubblicitario influenzato da Carosello è stato Gavino Sanna. Che è anche l’unica persona al mondo pettinata come se i suoi capelli veri fossero finti».
Se lei è così bravo a far vendere, perché i direttori non le affidano le copertine delle loro riviste?
«Il mio sogno sarebbe dirigere un quotidiano. Mi candido per La Repubblica. Vorrei disallinearla. L’art director Angelo Rinaldi, vice di Ezio Mauro, ha sempre riconosciuto d’aver imparato dalla rivista Colors diretta da me. È stata la sua bibbia, e un po’ si nota».
Come vede i giornali italiani?
«Tutti uguali, cazzo! I direttori hanno facce diverse eppure fanno giornali identici. Com’è possibile?».
Chi è il direttore che stima di più?
«David Remnick del New Yorker, che vende un milione di copie perché lavora sugli articoli, lunghissimi, per settimane».
Pensa che la stampa sparirà soppiantata dal Web?
«Dipendesse da me, no. Trovo il giornale molto sexy, parlo dal punto di vista tattile: lo tocchi, lo stropicci, vai avanti, torni indietro, nati e morti, terremoti e spettacoli, hai tutto nelle tue mani. Ma al New York Times e al Guardian i redattori sono già stati avvertiti: siete destinati a diventare tutti blogger».
Se prendo una sua foto da Internet e la riproduco, lei che fa?
«Perfetto. Sono contro il diritto d’autore».
Chi sceglierebbe come suo biografo?
«Francesco Merlo».

E quale autore temerebbe di più per una biografia non autorizzata?
«Sempre Merlo».
Sull’enciclopedia Sapere della De Agostini lei ha 13 righe, Henri Cartier-Bresson quattro di meno. Soddisfatto?
«Eh be’, è il minimo. Cartier-Bresson nacque ricco. Non si confrontò mai col mercato. Non risolse i problemi della comunicazione moderna».
Si sente più fotografo o più creativo?
«Il creativo non esiste. Neanche il Padreterno, dopo la creazione, s’è spacciato per creativo. La creatività è la conseguenza di un lavoro fatto in modo speciale. Solo Lapo Elkann si definisce un creativo».
Che cos’è l’arte?
«La più alta espressione della comunicazione».
Carlo Carrà la spiegò così al mio amico gallerista Giorgio Ghelfi: «Vedi, Giorgio, il dipinto di un qualsiasi pittore, anche il più famoso, vale 30 mila lire, cornice compresa. Tutto quello che si riesce a guadagnare in più, è arte».
«Vero. Ma l’arte è anche ciò che divide gli uomini dall’ideale di perfezione al quale aspirano, una supplenza a una nostra mancanza. Gli animali non hanno bisogno dell’arte: sono già perfetti. Il settimo giorno Dio avrebbe dovuto continuare a lavorare per migliorarci. Invece si riposò. Sarà stato iscritto alla Cgil».
È diventato il numero uno nella pubblicità per sbaglio o seguendo un percorso preciso?
«Non penso d’essere il numero uno. E non m’interessa diventarlo. Penso d’essere unico, questo sì. Faccio le cose nel modo in cui voglio farle».
Se un’organizzazione cattolica le desse una barcata di soldi per una campagna contro l’aborto, accetterebbe l’incarico?
«È interessante fare qualcosa in cui non credi. Sarebbe utile per gli abortisti. La farei anche senza la barcata di soldi».
Mettiamo che per la campagna contro l’anoressia le avessero proibito la scorciatoia più scontata, cioè la foto del corpo nudo dell’attrice francese Isabelle Caro, ridotta a 31 chili di peso. Come se la sarebbe cavata?
«La qualità dell’architettura dipende dall’intelligenza del committente, non dall’architetto. Il committente non mi avrebbe mai imposto questo limite».
Ma Isabelle Caro ora come sta?
«Abbiamo appena fatto insieme un libro e un dvd, Anorexia, storia di un’immagine, nel quale mi ringrazia di non averla lasciata morire. L’ho guarita».
Il Codacons fu drastico: «Le persone malate non dovrebbero mai essere sfruttate a scopo pubblicitario».
«Vorrei sapere chi sono i sani. Quelli del Codacons?».
Lei è recidivo: aveva utilizzato anche l’uomo morente di Aids.
«Devo essere recidivo. E fuorilegge. Lo sento come un obbligo».
È anche felice?
«Sono la persona più privilegiata e fortunata che io abbia mai incontrato. Ho avuto un culo, ma un culo... La mia generazione ha inventato i Beatles, ha liberato le donne, ha cominciato a trombare dopo secoli di autoerotismo. E ora sta distruggendo la vecchiaia. L’altra sera ero al concerto di Bob Dylan: alla mia età ancora canta e suona».
Sa chiedere scusa?
«Non ci ho mai pensato. Forse l’ultima volta che l’ho fatto è stato per aver pestato un piede».
Lavorerebbe per un committente politico?
«Tutto è politica».
Antonio Di Pietro, per esempio.
«Ma chi è ’sto Di Pietro? Me l’ha già chiesto l’anno scorso. Al massimo potrei fare una campagna per Barack Obama, solo che in Italia un Barack non esiste, qui abbiamo solo i baracconi, non c’è un politico che abbia non dico un’idea ma almeno mezza. Gli unici che ce l’hanno sono i leghisti, purtroppo, vedi la storia delle impronte digitali da prendere ai rom. E passiamo per un Paese creativo. Ma dove? Ma a far cosa? Creativi a far borse e scarpe! Questo è un Paese per vecchi».
Beppe Grillo le sembra un rivoluzionario?
«No, assolutamente, un conservatore. Con le sue cagate sulla natura... Dobbiamo difenderci dalla natura, non difenderla, altroché. Lo conosco, sarebbe un brav’uomo. Ma è ottocentesco, permaloso. La sua permalosità è inversamente proporzionale al suo rispetto per gli altri».
Le piace la campagna del Partito democratico per le elezioni europee, con quei volenterosi impegnati a spingere fuori dai manifesti le parole “povertà” e “inquinamento”?
«Espedienti miserabili, da comunisti di merda. Arriva l’agenzia di pubblicità dell’amico dell’amico del compagno e si affidano a quella. Si credono cólti. Ricordo quando a Bologna, per l’ultima festa dell’Unità prima che il Pci cambiasse nome, Massimo D’Alema mi chiese di fare qualcosa. Gli preparai una scultura metallica accartocciata, alta otto metri, sopra ci incollai le fototessere di migliaia di iscritti e la chiamai La Torre di Babele. Arrivavano lì ed erano tutti contenti di vedersi. Brava gente, eh, come la mia mamma. Li ho presi per il culo e loro manco se ne sono accorti».
Impietoso.
«L’ultima volta mi ha cercato Ermete Realacci: “Domani ti chiamiamo...”. Invece hanno tirato fuori quella foto di Walter Veltroni su fondo verde, col nasone, sembrava proprio il bruco di Forattini. Roba che se me l’avesse presentata uno dei miei l’avrei cacciato all’istante. Si rivolgono ai consulenti americani perché hanno il complesso degli States, si sono accorti che la vera democrazia è là solo dopo aver combattuto gli Usa per una vita».
Vede sulla scena pubblica qualche faccia nuova?
«Hanno tutti perso almeno una volta. In un Paese civile chi perde va a casa per sempre».
Qual è il suo miglior pregio?
«L’onestà di mio padre».
E il suo peggior difetto?
«L’impazienza».
È provvisto del senso di colpa?
«Sì. Però non ho paura di aver paura».
Per che cosa si è sentito in colpa ultimamente?
«Per le solite cagate, la famiglia, quelle cose lì. Mi hanno rapinato lo sperma da giovane. Sei figli da tre donne diverse, 10 nipoti. La prima nipote è più vecchia della mia ultima figlia, Ali, chiamata così in onore di Cassius Clay, il vecchio Muhammad Ali».
Un peccato laico che non perdona.
«La malafede».
C’è una situazione o un argomento che non userebbe mai per una sua campagna?
«L’unica cosa che non posso usare è me stesso da morto».
E una fotografia che la ritrae mentre fa l’amore con sua moglie?
«Avendo ancora l’arrapamento, subito! Comunque è già accaduto tanti anni fa per il profumo Capucci. Mi sono ripreso da solo, con l’autoscatto».
Mi dica il nome di un prodotto perfetto o vicino al suo ideale di perfezione.
«Il post-it. La più grande invenzione tecnologica del secolo scorso. Non si può far meglio».
Quanto contano gli oggetti nella sua vita?
«Ho grande rispetto per la materia, perché sono un artigiano. Io non rovino le cose, le conservo. Le cose, secondo me, sono fatte per sempre».
Nel Catalogo dei viventi è riportato che lei ricama a punto croce.«Io?». (È stupefatto). «Però, mica male come idea! Non ci avevo mai pensato».
E che «non ha mai fatto ginnastica, mai un giorno di dieta, evita il più possibile medici e medicine».
«Tutto vero. Al massimo vado in bici. Esercizi e flessioni mi fanno schifo».
Lavora più per i soldi o più per la gloria?
«Né per i soldi, né per la gloria. Lavoro per esprimermi. I quattrini sono una bella conseguenza, e anche la gloria aiuta. Un artista trova nel denaro l’unico segno di riconoscimento del suo valore. Mica ci danno gli avanzamenti di carriera, a noi».
Se fossi venuto da lei per un contatto professionale, quanto mi sarebbe costata questa mattinata?
«Niente. Parlo con te perché mi piace parlare con te. Se poi ci mettiamo d’accordo sul lavoro da fare, ti presento un preventivo. Il mio tempo non ha prezzo. Solo quei poveracci degli avvocati vendono il loro tempo».
Che cosa non funzionava più nel suo rapporto con Luciano Benetton?
«Non con lui. Con l’azienda. Hanno rinnegato la mia campagna contro la pena capitale».
Lo credo. I grandi magazzini Sears respingevano i maglioni prodotti a Ponzano Veneto e lo Stato del Missouri intentò addirittura causa.
«Non è vero. Il giorno che me ne sono andato gli Usa rappresentavano ancora il 7 per cento del mercato e il marchio Benetton era uno dei cinque più conosciuti nel mondo. Va’ a vedere adesso. Nessuno si ricorda più una campagna di United Colors da quando sono uscito io. Tu ti ricordi com’era la pubblicità della Coca-Cola vent’anni fa?».
A dire il vero, no.
«Vedi? Ma tutte le mie pubblicità per Benetton te le ricordi. Questa è la differenza tra primo e unico».
Gliel’ho già chiesto durante una cena con Luciano Benetton e lei è riuscito solo ad arrabbiarsi: perché per quella campagna non scelse la Cina, che detiene il record mondiale delle esecuzioni capitali? Comodo fotografare solo i detenuti statunitensi nel braccio della morte.
«L’America è una democrazia che frigge i condannati sulla sedia elettrica o gli inietta in vena cloruro di potassio. Un controsenso. Si fotografa la miseria in via Montenapoleone, non nelle bidonville di Nairobi».
A proposito di uno spot dello shampoo Mantovani - un neonato che parlava con la voce di un bimbo di 10 anni - lei sentenziò: «È di cattivo gusto». Da che pulpito.
«Impossibile che l’abbia dichiarato. Non parlo mai di gusto. Al massimo avrò detto: non è intelligente».
Ma è lecito usare i bambini in pubblicità?
«Trovo che certe pubblicità educhino molto meglio di certi genitori».
E usare il corpo femminile non è indegno?
«Di norma, sì. Come usare i testimonial».
Però ha usato il sedere di una ragazza in hot pants per reclamizzare la nuova Unità.
«Era per L’Unità in formato mini. Un simbolo femminista, la liberazione dalla schiavitù della gonna. Fra l’altro era il culo di mia figlia Lola. Le interpretazioni parallele mi stimolano. A proposito della mia pubblicità di una donna africana che allattava un neonato europeo, un giapponese mi sbalordì: “Ho capito che cosa voleva dirci. Che il latte di tutte le donne è bianco”. Fantastico!».
Al ministero della Salute, regnante Livia Turco, ha venduto una campagna pubblicitaria con un’infermiera che aveva sulla crestina il simbolo della Croce rossa sbagliato: bianco in campo rosso. Quella è la bandiera della Svizzera. In altre parole lei ha inventato la crocebianchina.
«Sul serio?». (Si precipita davanti al computer per controllare). «È vero».
Un mio collega, Mario Natucci, sospetta che si sia ispirato alle sexy nurses, le infermiere porno rintracciabili su Internet, un classico per i malati di sesso, al punto che eBay mette all’asta camici e copricapi con la croce bianca in campo rosso.
«Eppure la crestina me l’aveva data una mia amica di Vicenza, Serena Serblin, che fa la dama sui treni per Lourdes».
Che bisogno c’era di sperperare 1,5 milioni di euro per celebrare i 30 anni del Servizio sanitario nazionale, quando nelle sale operatorie si lesina sul filo da sutura?
«È tutto opinabile. Non è che risolvi i problemi della sanità risparmiando sulla comunicazione».
Una comunicazione da lei interpretata così: «Ho risposto alla precisa richiesta del ministro Turco di rappresentare la bella sanità. La bella sanità è non ammalarsi». Grazie tante.
«La salute te la tiri dietro, come la fortuna. Tutti quelli che frignano in continuazione, ahi di qua, mi fa male là, prima o poi s’ammalano».
In una campagna per la Regione Calabria è riuscito a scrivere «Si, siamo calabresi» senza l’accento.
«L’ho fatto per i pignoli come te che stanno lì a vedere le cose inutili».
Qual è stato il giorno della sua vita in cui s’è vergognato di più?
«Quello in cui mi hanno battezzato, forse».
La prima trasgressione?
«Appena nato mi sollevarono per mostrarmi a mia madre e io le feci pipì sulla faccia. L’ha ricordato fino alla morte: “L’è pu cambià, l’è semper istess”».
Una sua campagna fu sospesa dall’Istituto di autodisciplina pubblicitaria «per le squallide immagini dei gay che, divertiti, si palpano». Lei replicò: «È una cosa divertente e irriverente toccare l’arnese di un altro uomo. E chi ha studiato dai preti, come me, sa bene di cosa sto parlando». Non ho studiato dai preti, quindi non so, mi spieghi.
«Frequentavo lo Zaccaria dai Barnabiti a Milano. Siccome m’infilavo nei cinema invece d’andare a scuola, i miei mi spedirono in collegio, al Filippin di Paderno del Grappa, dai Fratelli delle Scuole cristiane. Lì era tutto basato sulla padronanza del sesso. Le donne non possono fare i preti e i preti si travestono da donne mettendosi la sottana. Guarda che è ben strano, eh».
È per questo che nella puntata di Milano-Roma, in onda su Raitre nel marzo 1998, con lei alla guida di una monovolume e il cardinale Ersilio Tonini seduto a fianco, continuava a sfruculiare quel sant’uomo sulla castità?
«I preti m’intrigano. Sono modelli di una condizione impossibile. Chi fa il prete è un eccentrico, come me. Mi affascina. È bello sapere che un uomo ha le voglie ma è capace di dominarsi. Però non riesco a riconoscere il profumo di santità. Se ci fossero due porte chiuse e mi dicessero che dietro quella di destra c’è Dio e dietro quella di sinistra il diavolo, io per curiosità aprirei quella di sinistra».
Semmai da chi si farebbe convertire?
«Sono costantemente convertito. Vado in paradiso di sicuro, se c’è».
Hanno senso i manifesti contro l’esistenza di Dio sulle fiancate degli autobus?
«Chi crede ha sempre ragione. Io invece dico a Dio: il mio dio è un altro dio, non sei tu. Questo è il mio rapporto con Dio».
E chi sarebbe quest’altro dio?
«Eh, non lo so. Un altro. Io non ho bisogno di lui e lui non ha bisogno di me. Ho bisogno solo della gente che mi sta intorno».
Perché, falliti due matrimoni, il suo legame con l’ex fotomodella norvegese Kirsti Moseng dopo 30 e passa anni resiste ancora?
«Non sono falliti, sono finiti. Esistono 30 donne al mondo che vale la pena di conoscere. Mia moglie Kirsti è una delle migliori fra queste 30».
E non sente il bisogno di eternità, di ricongiungersi a lei e ai suoi figli dopo morto?
«Io sono immortale. Finché un giorno non sarà più il caso. Ma quel giorno non me ne fregherà niente dell’eternità. Sarò congiunto. Non c’è problema. Congiuntissimo».
Come vorrebbe essere ricordato?
«Interessante. No... allora... vorrei... bene...». (Ci pensa). «Due s’incontrano, uno dice: “Sai l’Oliviero?”. E l’altro sorride».

Stefano Lorenzetto


LORENZETTO Stefano. 53 anni, veronese. Prima assunzione a L’Arena nel ’75. È stato vicedirettore vicario di Vittorio Feltri al Giornale, collaboratore del Corriere della sera e autore di Internet café su Raitre. Scrive per Il Giornale, Panorama, First e Monsieur. Otto libri: Fatti in casa, Dimenticati, Italiani per bene, Tipi italiani, Dizionario del buon senso, Vita morte miracoli, Baldus e Si ringrazia per le amorevoli cure prestate. Ha vinto i premi Estense e Saint-Vincent di giornalismo.


LORENZETTO Stefano. 53 anni, veronese. Assunto a L’Arena nel ’75. È stato vicedirettore del Giornale e autore Rai. Scrive per Il Giornale, Panorama, First e Monsieur. Otto libri: Fatti in casa, Dimenticati, Italiani per bene, Tipi italiani, Dizionario del buon senso, Vita morte miracoli, Baldus e Si ringrazia per le amorevoli cure prestate. Ha vinto i premi Estense e Saint-Vincent di giornalismo.

Stefano Lorenzetto, First giugno 2009

giovedì 9 aprile 2009

E par Arp non a caso




"Arp aveva ipotizzato che il caso non fosse altro che un ordine del quale ignoriamo le leggi, e la fisica moderna rivela un mondo di gran lunga più fantastico di qualsiasi cosa mai immaginata."
Arturo Schwarz, mistero militante, art e dossier dicembre 2008


Jean (Hans) Arp nasce a Strasburgo, in Alsazia, il 16 settembre 1886.
Ha un animo da artista: fin da piccolo scrive poesie.

Arp prima di essere artista è poeta.

Nel 1911 uscì un suo libro a carattere intimistico Rune e scritti bizzarri.

Nel 1916 fu fra i fondatori, a Zurigo, del Dadaismo.

Nel 1925, partecipò alla prima esposizione dei surrealisti alla Galerie Pierre di Parigi.

Lui scultore pittore e poeta. Lei, Sophie Tauber,la moglie pittrice, architetto, ballerina e insegnante. Sono tre le A che li legano: l'A di amore, l'A di amicizia insieme al gioco e l'A di arte.

Arp muore a Basilea il 7 giugno 1966.
La sua arte è caratterizzata della ricerca dell'essenza spirituale della realtà.

Deposizione nel sepolcro degli uccelli e delle farfalle, 1916-1917 è una delle sue opere.

Il Dadaismo nutre un atteggiamento di sfiducia e disgusto nei confronti della civilizzazione impoverita dalla guerra. Dada è provocazione, scandalo e polemica.

ISSN 1127-4883 BTA - Bollettino Telematico dell'Arte, 26 Giugno 2006, n. 434
Di Guido Faggion

http://www.omniartis.com/personaggio.php?id=24

L'arte è un frutto che cresce nell'uomo,
come un frutto su una pianta,
o un bambino nel ventre di sua madre.

Jean Arp

Celebri sono le composizioni di papiers decoupès a "quattro mani", all'assemblaggio casuale di elementi, già teorizzato da Tristan Tzara nel Manifesto sull'amore debole e l'amore amaro, dove il valore estetico-artistico è nella sintesi fortuita del caso.

La moglie morirà tragicamente in un incidente nel 1943 proprio mentre la coppia intendeva trasferirsi negli Stati Uniti per sottrarsi ai pericoli nazisti della guerra. La perdita dell'amica, moglie, amante e collega sarà per Arp una mancanza difficile da accettare: « ... Da quando te ne sei andata, ringrazio ogni giorno che passa. Ogni giorno trascorso che mi avvicina a te».

http://www.bta.it/txt/a0/04/bta00434.html

giovedì 5 marzo 2009

Mieli e Andreotti


COME MAI MIELI SI SCAPICOLLA A ROMA PER PRESENTARE UN LIBRO CON ANDREOTTI? - OPERA EDITA DALLA MOGLIE DI RANA RANUCCI, IL SENATORE PD CARO A CALTAGIRONE - PERCHÉ LA ‘SAPONETTA’ DEL CORRIERE S’È SCIROPPATO UN’INTERA MISSIVA DI MASSOLO?

Come? Dando comunicazione del messaggio inviato da Umberto Vattani, e leggendo poi interamente la lettera spedita dal segretario generale della Farnesina, Giampiero Massolo. Con Mieli che sottolineava il grande valore del testo di Massolo: del quale, come si sa, si parla del prossimo approdo a palazzo Chigi.

Fonte Dagospia

domenica 1 marzo 2009

Dove stiamo andando a finire?


Quando l'inaugurazione in via Bonomelli della sede di Forza Nuova - movimento di estrema destra che nella circostanza ha richiamato a Bergamo circa 300 militanti - pareva ormai compiuta senza suscitare disordini in città, ma solo le prevedibili proteste degli antifascisti, è scoppiato il finimondo fra i manifestanti.
È successo dopo le 18 di sabato 28 febbraio, quando la gente usciva dai negozi per lo shopping prefestivo e si stava recando a casa. La situazione è degenerata quando alcuni anarchici che volevano raggiungere in corteo la Malpensata (dove si erano radunati i militanti di Forza Nuova) sono stati tenuti lontani dalle forze dell'ordine. Facevano parte dei circa 600 manifestanti (tra i quali anche appartenenti a centri sociali) dell'area anarchica e della sinistra antagonista che avevano organizzato un presidio di protesta in via Quarenghi.
La manifestazione era iniziata alle 14. Alcune strade erano state bloccate per evitare il contatto fra esponenti di Forza Nuova concentrati sul piazzale della Malpensata, pronti a dirigersi in corteo verso la sede di via Bonomelli, e i manifestanti, antifascisti, dei centri sociali e della sinistra antagonista, scesi in strada per contestare l'iniziativa. A dividere le parti uno spiegamento di forze dell'ordine: polizia, carabinieri, polizia locale e protezione civile (pattuglie arrivate anche da fuori Bergamo), dislocati in via Quarenghi, in via Paleocapa (chiusa al traffico, per sicurezza), in via Bonomelli, nell'area della Malpensata, lungo la massicciata della ferrovia e nelle zone vicine.
http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/55145

_apre_la_sede_di_forza_nuova_scontri_feriti_e_arresti/

sabato 25 ottobre 2008

Frammenti di un ramoscello. 2

“Buongiorno Sig. Cicala”, salutò Laura, la nipote aiutante dello sgualdrino novarese, artista fallito, mercante d’arte e mescitore di antichi vini romani, come si sarebbe successivamente pronunciato un altro frequentatore abituale molto particolare, affetto di disturbo bipolare, quel male che lui stesso avrebbe dovuto curare nei suoi paziente. Il saluto era rivolto a Carmelo, parrucchiere estetista in pensione, sei occhi, per la sua rinomata abitudine di leggere il giornale con due paia di occhiali.
“Segnaglieli a leei”, strascicò un’altra Laura, quella del self service all’americana, la stacanovista che ogni giorno era solita prendere i caffè per lei e le sue colleghe. Di Laura ce n’erano parecchie, di ogni età, ma solo una non c’era più e lui gliela avrebbe poi cantata, che il suo nome era in una canzone, ma lei non ricordava che era proprio la Laura che non c’era colei che tanto mancava al Carletto, un altro dei frequentatori abituali.
Il caffè no, quello non poteva mancare mai. Chi lo voleva liscio o semplice, chi ristretto, chi molto ristretto ma non troppo caldo, chi corto, chi lungo, chi corretto, chi corretto con goccia, chi con correzione a parte, chi con un chicco intero di caffè (come la “mosca” nella Sambuca), chi con il vino, chi con il rosso dell’uovo fresco sbattuto, chi con la panna, chi macchiato, chi schiumato, chi con il latte freddo a parte, chi marocchino, così chiamato per l’aggiunta di latte e cacao nel bicchierino di vetro, chi d’orzo, chi sceccherato d’estate, chi con il dietor, chi con lo zucchero di canna, chi con tazza grande, chi dentro al bicchiere ma non troppo bollente altrimenti il vetro scoppia e il caffè non può più essere gustato.
(segue)

mercoledì 1 ottobre 2008

Incipit

Camminava in un uno stretto e angusto vicolo del centro storico quando decise di infilarsi in una piccola caffetteria nominata il bar degli artisti, un locale dalla parvenza notturna, ottenebrato da una luce che stentava a arrivare, arrancava ed ansimava a fatica, nello spiraglio di una positività che era fuori dalla porta, dove i raggi del sole illuminavano la triste saletta solo in primavera, come avrebbe successivamente osservato uno dei gemelli eterozigoti, frequentatore abituale.

Si sedette in disparte posando il suo zainetto, ordinò un caffè schiumato e rimase in silenzio ad ascoltare la gente che parlava.

lunedì 29 settembre 2008

Appunti per "Lo zainetto".

Il Museo Picasso di Antibes
Pablo Picasso La Joie de vivre, 1946 Ripolin sur fibrociment 120 x 250 cm Musée Picasso, Antibes© Succession Picasso, 2008, Photo © imageArt, Antibes, Claude Germain


Bucolico. Max Ernst, "Gioia di vivere", 1936-37, conservato a Monaco alla Pinakothek der Moderne.