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giovedì 29 aprile 2010

Il romanzo della rosa di Guillaume De Lorris

Frescura, freddura

Verso il roseto dovevo andare:
non c’è persona che rifiutare
possa all’AMORE quel suo comando.

Meglio tenere la bocca chiusa
Che dal linguaggio lasciare esclusa
La cortesia. Caro, hai capito?
La parolaccia scuote l’udito.
Non è elegante, non è cortese.
Uno che dice: “va a quel paese!”-
Tutte le donne servi ed onora,
al femminile “ora e labora”.
Se una linguaccia ne parla male,
se le parole di pepe e sale
Condisce quando parla a una donna,
digli che taccia, che di sua nonna o di sua madre deve parlare
quando una donna vuole oltraggiare.

Che Dio m’aiuti: questa è follia;
Di’, vuoi trovare l’atarassia?
Manda l’Amore presto in vacanza.
Fra te e l’Amore c’è intolleranza;
L’intolleranza, questo è il concetto,
spesso finisce con il rigetto.

Disquisire sul Roman de la Rose.

mercoledì 21 aprile 2010

Romain Rolland, Vita di Beethoven

Era piccolo e tozzo, dal collo grosso e dall’ossatura atletica. Aveva il viso largo, color rosso mattone, tranne che verso la fine della vita quando gli venne un incarnato malaticcio e giallastro, soprattutto d’inverno, che doveva starsene chiuso in casa, lontano dai campi. La fronte era potente e rilevata; i capelli estremamente neri, irti e spessi, tanto che sembravano non esser mai stati pettinati: veri “serpenti della Medusaù”. J. Russel 1822

Gli occhi brillavano di una forza prodigiosa che afferrava tutti quelli che lo incontrassero. […] Poiché fiammeggiavano selvaggiamente in un viso bruno e tragico, furono generalmente considerati neri: erano invece grigio azzurri. Il pittore Kloeber, che gli fece il ritratto verso il 1818.

Il suo viso si trasfigurava, sia in un accesso di improvvisa ispirazione, uno di quegli impeti che lo prendevano anche in mezzo alla strada e che facevano stupire i passanti, sia quando lo si sorprendeva al cembalo. “I muscoli del viso si rilevavano, le vene diventavano gonfie, gli occhi selvaggi due volte più terribili, la bocca tremava; pareva un mago sopraffatto dai demoni da lui stesso evocati”, come un personaggio di Shakespeare. Kloeber.
Julius Benedict afferma che pareva re Lear.

Plutarco ha insegnato a Beethoven l’arte della rassegnazione.

La Sinfonia in do maggiore: il poema di un adolescente che sorride ai suoi sogni.

Nel 1801 oggetto della sua passione fu Giulietta Guicciardi. Era lei civetta, fanciullesca, egoista, e fece soffrire Beethoven sposando nel novembre 1803 il conte Gallenberg.

Dell’inflessibile senso morale: “Raccomandate ai vostri figli la Virtù, solo questa può rendere felici, non già il denaro. Parlo per esperienza: è la virtù che mi ha sostenuto nella miseria, è alla virtù che devo, insieme con l amia arte, di non aver posto termine alla mia vita con il suicidio”.
A Wegeler: “S’io non avessi letto in qualche libro che non ci si deve separare volontariamente dalla vita sinchè si può ancora compiere una buona azione, già da tempo sarei morto e senza dubbio per mano mia”.

Shakespeare era il suo idolo. L’appassionata prese ispirazione dalla Tempesta di Shakespeare, da lui considerata come la più potente delle sue sonate.

Vita di Beethoven di Frimmel.

“Non conosco altro segno di superiorità che l’essere buoni”, scrive il 17 luglio 1812.

Goethe cercò di conoscere Beethoven. I due grandi artisti si incontrarono in Boemia, ai bagni di Toeplitz, nel 1812, ma non si comprensero affatto.
“Goethe e Schiller sono i miei poeti preferiti, con Ossian e Omero, che disgraziatamente non posso leggere che tradotti”.

“Io sono il Bacco che mesce il vino all’umanità. Sono io che do agli uomini la divina frenesia dello spirito”.

Spohr dice che Beethoven doveva spesso restare in casa per colpa delle scarpe bucate.

Il nipote Carlo: “Sono diventato più cattivo perché mio zio voleva che diventassi migliore”.

“Quando mi viene un’idea, la concepisco sempre per uno strumento, mai per una voce”.

“Sacrifica, sacrifica sempre le sciocchezze della vita alla tua arte!” Dio soprattutto!”

Scriveva al nipote: “La nostra epoca ha bisogno di robusti spiriti per staffilare queste miserabili e perdute anime umane”.

Sul suo letto di agonia, il 17 febbraio 1827, dopo tre operazioni, attendeva la quarta; scrive con serenità: “Aspetto con pazienza e penso che ogni male porta con sé qualche bene”.

Morì durante un uragano, una tempesta di neve, proprio nell’attimo in cui scoppiava un tuono. Una mano straniera gli chiuse gli occhi. Era il 26 marzo 1827.

Grillparzer: “Giunse sino al punto pericoloso in cui l’arte si fonde con gli elementi selvaggi e capricciosi”.
Schumann scrive della Sinfonia in do minore: “Per quanto la si ascolti, ogni volta esercita su noi un invisibile potere, come quei fenomeni della natura che, per quanto siano frequenti, ci riempiono ogni volta di timore e di meraviglia”. E Schindler, suo confidente: “S’impadronì dello spirito della natura”.

Ed ecco le nuvole gonfie di fulmini, nere di notte, colme di tempesta all’inizio della Nona.

La gioia attraverso la sofferenza.
Durch Leiden Freude.

Alla fine del secondo tempo della Sinfonia Pastorale, l’orchestra fa sentire il canto dell’usignolo, del cuculo e della quaglia; e si può dire che quasi tutta la sinfonia sia intessuta di canti e mormorii della natura.

“Voglio afferrare il destino alla gola: esso non riuscirà a piegarmi del tutto!”.

Pensieri di Beethoven sulla musica.
La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e di ogni filosofia… Chi penetra il senso della mia musica potrà liberarsi delle miserie in cui si trascinano gli altri uomini. A Bettina, 1810.

Perché scrivo? Tutto quello che ho nel cuore deve uscire: ecco perché.

Credete che pensi a un dannato violino, quando lo Spirito mi parla e scrivo ciò che mi detta? A Schuppanzich

Non ho l’abitudine di ritoccare le mie composizioni, un avolta che le ho terminate. Non l’ho mai fatto, convinto che ogni mutamento parziale alteri il carattere della composizione. A Thomson

Fra gli antichi maestri, solo Haendel il tedesco e Sebastiano Bach ebbero del genio. All’arciduca Rodolfo, 1819

Il modo di suonare di Beethoven non era corretto, la sua maniera di diteggiare era spesso errata e il suono trascurato. Ma chi poteva badare all’esecutore? Si era afferrati dai suoi pensieri, in qualunque maniera le mani li esprimessero. Barone di Trèmont, 1809

giovedì 15 aprile 2010

Come Proust può cambiarvi la vita. Alain de Botton




Per un attimo si sperò che potesse guarire quando, alzatosi a sedere sul letto, chiese una sogliola alla griglia, ma dopo che il pesce fu comprato e cucinato, Proust fu preso dalla nausea e non riuscì a toccarlo. Morì poche ore più tardi per un ascesso a un polmone.

La ricerca delle cause che stanno dietro allo spreco e alla perdita di tempo è uno dei temi centrali della Recherche.

“Ah, Céleste”, disse, “se fossi sicuro di poter fare con i miei libri quello che mio padre ha fatto per i malati”.

Dopo la sua morte, l’amico Lucien Daudet scrisse un libro di ricordi proustiani; tra gli altri c’è il racconto di una visita al Louvre. Ogni volta che guardava un quadro, Proust aveva l’abitudine di cercare di far corrispondere i personaggi rappresentati sulla tela alle persone che conosceva nella vita reale. Daudet racconta di un dipinto di Domenico Ghirlandaio intitolato Vecchio e nipote.
Proust osservò il quadro del Ghirlandaio per un momento, poi si girò verso Daudet e gli disse che quell’uomo era l’immagine sputata del marchese de Lau, una figura molto nota nel bel mondo parigino.

“Esteticamente, la gamma dei tipi umani è troppo limitata perché non si provi di frequente, ovunque si vada, la gioia di rivedere persone conosciute”.

“uno non può leggere un romanzo d’amore senza attribuire allperoina i tratti della persona che ama”

Albertine, vista l’ultima volta mentre passeggiava per Balbec con i suoi magnifici occhi ridenti

Come disse il fratello di Proust, Robert, “La cosa triste è che le persone devono essere molto malate o devono essersi rotte una gamba per avere la possibilità di leggere la Recherche”.

Alfred Humblot: “Non riesco a capire perché un tizio abbia bisogno di trenta pagine per descrivere come si agita e si rigira nel letto prima di addormentarsi”.

Proust era più spaventato dai topi che dai cannoni

Ottantatrè volte si era pulito il naso dall’inizio di una lettera lunga tre pagine scritta per Reynaldo Hahn. Versaille è a ottantatrè metri sopra il livello di Parigi e Proust non riesce a salire le scale dopo aver fatto ritorno a Parigi.

P. diceva di essere sospeso tra la vita e la morte sei giorni su sette.

Se era sempre stato così malato, affermava Hauser, dipendeva dall’essere rimasto a letto tutta la vita con le tende chiuse rifiutando i due elementi fondamentali per una buona salute: il sole e l’aria fresca.

“L’intera arte del vivere consiste nel trarre vantaggio dalle persone che ci fanno soffrire”.
“Le idee sono i succedanei dei dolori; nel momento in cui questi si trasformano in idee, perdono una parte della loro azione nociva sul nostro cuore.

Chi non conosceva Proust molto bene aveva la deprimente tendenza a chiamarlo col nome di uno scrittore contemporaneo all’epoca molto più famoso: Marcel Prévost. “Sono totalmente sconosciuto”, riconobbe Proust nel 1912.

Proustificare, coniato Da Fernand Gregh: “per esprimere un atteggiamento, non del tutto involontario, di gentilezza e di interminabile, deliziosa affettazione”.

La primavera di Millet, uno dei suoi quadri preferiti.

La cameriera di Proust era un’idiota: credeva che Napoleone e Bonaparte fossero due persone diverse, e si rifiutava di credere a Proust quando le spiegava che non era così.

“Mentre scrivevo il mio libro, sentivo che se Swann mi avesse conosciuto e avesse potuto servirsi di me, avrei saputo rendere Odette innamorata di lui.

Proust malato chiuso nell’arca. “Capii allora che Noè non avrebbe mai potuto vedere il mondo così bene come dall’arca, benché fosse completamente chiusa e fosse notte sulla terra”.

Nel 1899 in autunno andò in vacanza sulle alpi francesi, alla stazione termale di Evian, ed è qui che lesse e si innamorò delle opere di John Ruskin, il critico d’arte inglese noto per i suoi scritti su Venezia, Turner, il Rinascimento italiano, l’architettura gotica e i paesaggi alpini.

Illiers-Combray. In un angolo della rue du Docteur Proust, alla porta della panetteria-pasticceria è appeso un grande cartello che lascia un po’ sconcertati: “La casa in cui zia Léonie comperava le sue madeleine”.

Non è Illiers-Combray che dobbiamo visitare: se vogliamo davvero rendere omaggio a Proust dobbiamo cominciare a guardare il nostro mondo attraverso i suoi occhi, e non guardare il suo mondo attraverso i nostri occhi.

mercoledì 14 aprile 2010

Lettera di una sconosciuta, Stefan Zweig

Ogni cosa esisteva solo in quanto aveva un rapporto con te, ogni cosa nella mia esistenza aveva senso solo se era legata a te. Tu trasformasti, tutta intera, la mia vita. Fino allora apatica e mediocre a scuola, divenni d’un tratto la prima della classe, leggevo un’infinità di libri sino a notte fonda perché sapevo che tu amavi i libri; di punto in bianco – lasciando stupefatta mia madre – cominciai a esercitarmi al pianoforte con perseveranza, quasi con caparbietà, perché credevo che tu amassi la musica.

Ero sempre concentrata su di te, sempre in tensione e in movimento; ma tu non potevi sentirlo, così come non senti la tensione nella molla dell’orologio che porti nel taschino e che, nel buio, conta e misura pazientemente le tue ore, accompagna i tuoi passi, con il suo impercettibile battito e sul quale il tuo sguardo cade frettoloso per uno appena fra i milioni di tic tac, fra i milioni di secondi.

Tu non lo hai mai conosciuto, il nostro povero bambino – oggi mi faccio una colpa di avertelo tenuto nascosto, perché tu lo avresti amato. Non lo hai mai conosciuto, povero piccolo, non lo hai mai visto sorridere quando sollevava piano le palpebre e, con i suoi occhi scuri e intelligenti – i tuoi occhi! -, gettava una luce chiara, una luce gioiosa su di me e su tutto il mondo. Ah, era così gaio, così amabile: tutta la leggerezza del tuo essere si ritrovava in lui, nella sua versione infantile; in lui si rinnovava la tua fantasia pronta, vivace; per ore e ore poteva giocare infervorato con i suoi balocchi, così come tu giochi con la vita, e poi tornare a sedersi davanti ai libri, tutto serio e con la fronte aggrottata.

Allora in quella sala parto, all’Ospizio di Maternità, ho toccato con mano tutto l’orrore della miseria, ho capito che a questo mondo il povero viene sempre calpestato, sempre umiliato, è la vittima; e io non volevo, a nessun prezzo, che il tuo bambino, il tuo bambino così radioso e bello, crescesse in basso nella freccia, nel marciume, nella volgarità della strada, nell’aria metifica di una stanza sul cavedio.

Oh, ero profondamente consapevole della bassezza, dell’ingratitudine, dell’infamia che stavo commettendo verso un amico sincero, sentivo che il mio comportamento era ridicolo e che con la mia follia ferivo a morte e per sempre una persona buona, mi rendevo conto che stavo spezzando la mia vita – ma che cosa contava per me l’amicizia, che cosa contava per me la vita in confronto alla mia impazienza di sentire di nuovo le tue labbra su di me, di udire di nuovo, rivolte a me, le tue parole suadenti? A tal punto ti ho amato, e adesso che tutto è passato, che tutto è finito, posso dirtelo. E credo che, se tu mi chiamassi da questo mio letto di morte, troverei all’istante la forza di alzarmi e di venire da te.

Mi avevi baciata, e ancora una volta appassionatamente. Dovetti risistemare i capelli che mi si erano scompigliati e, mentre ero davanti allo specchio, proprio nello specchio ti vidi – e credetti di svenire per la vergogna e l’orrore – ti vidi infilare con discrezione un paio di banconote di grosso taglio nel mio manicotto. Come ho fatto, in quell’istante, a non gridare, a non darti uno schiaffo: me, per quella notte tu hai pagato me, colei che ti ha amato fin da quando era bambina, me, la madre di tuo figlio! Una sgualdrina del tabarin: questo ero ai tuoi occhi, niente di più, e mi hai pagata, pagata! Non bastava che tu ti fossi dimenticato di me, dovevo anche subire una simile umiliazione.

Lo sguardo gli cadde allora sul vaso azzurro, lì davanti a lui sulla scrivania. Era vuoto, vuoto per la prima volta dopo tanti anni nel giorno del suo compleanno. Trasalì, sgomento: fu come se, all’improvviso, una mano invisibile avesse aperto una porta e una corrente fredda fosse penetrata da un altro mondo nella quiete della sua stanza. Percepì una morte e un amore immortale: qualcosa gli si spezzò nel profondo dell’anima e, per la creatura invisibile, egli ebbe un pensiero incorporeo e appassionato come per una musica lontana.

(Brief einer Unbekannten)

Scintille di Gad Lerner

Cito solo un episodio dal Libro nero del genocidio nazista nei territori sovietici, curato da Vasilij Grossman e Il’ja Erenburg, censurato dal Pcus e pubblicato incompleto nel 1945 con prefazione di Albert Einstein negli Stati Uniti: “I fascisti picchiavano a sangue quella gente e la umiliavano in tutti i modi possibili. Li costringevano a leccare il pavimento e a pulire le finestre con una piuma di gallina. Gli ebrei venivano messi in fila e obbligati a picchiarsi tra di loro. Se gli uomini delle SS ritenevano che i colpi non fossero dati con sufficiente energia, sceglievano nella fila una vittima e davano una dimostrazione di come si fa ad ammazzare qualcuno di botte. Gli altri dovevano prendersi a ceffoni, tra le risate degli aguzzini. Poi, per tutti, la fucilazione”.
Temo abbia tratto ispirazione da questo resoconto Jonathan Littell per scrivere le trenta morbose pagine del romanzo Le benevole in cui descrive l’arrivo a Lemberg del suo protagonista, Maximilien Aue, perverso ufficiale delle SS.

Le botteghe color cannella dei racconti di Schulz. La via dei Coccodrilli.

I cardi lunghi e spinosi con i loro fiori blu sbiaditi. A Hirbet Kseif, dove è morto Uri Grossman.

Tali, mamma di Gad (Led), lavorava come assistente al Consolato generale d’Israele, a Milano. Si è laureata a trentanove anni all’università Bocconi, in Lingue e letterature straniere, con una tesi sul poeta Gèrard de Nerval, cui si deve la celebre definizione del Libano come “Svizzera del Medio Oriente”.

Il mite Primo Levi e il roccioso Marek Edelman sono due figure gigantesche dell’ebraismo contemporaneo che Israele non riesce a comprendere in sé.

Scrive Gad: “Sono un ebreo nato in un paese arabo che ammira la saggezza dell’Occidente. Ascolto musica classica la mattina e araba la sera. Sono un uccello migratore tra due mondi, con una gamba qua e una là, e a volte le gambe mi s’ingarbugliano e incespico”.

“E io potevo permettermi il lusso di riconoscerne il fascino, dilaniandomi malinconicamente fra le tre patrie, perché in realtà sono stato sì esule, apolide, in sospeso, ma non ho mai subito davvero la condizione che ti rende diverso da tutti gli altri uomini: essere profugo”.

Solo grazie all’esilio Khalil Gibran è divenuto l’autore arabo contemporaneo più letto del mondo. Sarà solo un caso, ma questo teorico libanese dell’ambiguità fu anche un deciso assertore della metempsicosi, cioè della reincarnazione delle anime che cinque secoli fa i maestri della Qabbalah, nella santa città palestinese di Safed, non distante dalla sua Montagna, individuarono nel vortice del gilgul.