A Parigi, un giorno Reynaldo Hahn e Proust andarono al Jardin d’Acclimatation, dove c’era un gruppo di colombes poignardèès, - le colombe che portano sul petto una macchia rossa simile a una ferita insanguinata. Forse Robert de Montesquiou aveva parlato loro con entusiasmo di quegli uccelli privilegiati. Reynaldo osservò che “con la loro ferita rossa e come ancora calda” le colombes poignardèes “sembrano ninfe che si sono suicidate per amore e che un dio ha mutato in uccello”. Quel giorno Proust le contemplò a lungo, e le amò sempre profondamente. Sofferenza
I due filosofi di Rembrandt, ammirato da Proust al Louvre, in compagnia di Lucien Daudet.
Né la nonna né la madre di Marcel avevano paura del male, il loro animo era troppo puro per temerlo. Senza preoccuparsi delle curiosità malsane o delle situazioni ardite, o delle parole crude, non sapevano cosa fosse la pudibonderia. Temevano una sola cosa: la volgarità, la frivolezza. Male
In una lettera a Albert Thibaudet, per scusarsi di un presunto difetto nel carattere del protagonista della Recherche, egli scrisse: “Il fatto che in tutta la mia vita ho sempre pensato pochissimo a me stesso”. La frase sembra strana, se ricordiamo che Proust estrasse un romanzo di tremila pagine dalla sua vita, come il più infaticabile baco da seta: ma è esatta. Proust non pensava a sé stesso, prestava poca attenzione al suo io, bon badava alla propria persona; e se pensava a sé stesso credeva di non avere talento. Io, talento
Mai, né nel Jean Santeuil né nel Contre Sainte-Beuve né nella Recherche, egli ebbe il dono della forma rapida e assoluta: non era kafka che si poneva al tavolino dopo ore di lavoro di ufficio, senza schemi né abbozzi, e subito trovava l’espressione definitiva di un pensiero tremendamente complesso. Se gli scrittori aridi soffrono di povertà di idee, Proust soffriva per sovrabbondanza di idee e di sensazioni e di sottosensazioni e di sottosentimenti. C’era sempre un ingorgo, che lo faceva piombare nell’informe, e a volte gli faceva credere di non avere talento. Così doveva lavorare come un pittore: scriveva per approssimazioni e velature successive, aggiungendo sfumature a sfumature, colore a colore, rapporto a rapporto, trovando alla fine di questo lavoro inesausto la perfezione pastosa e piena di echi del suo stile fondu. Stile, idee
E quando concepì la sua cattedrale, conquistò proprio il dono che la madre, il padre, il nonno, Emerson gli imputavano di non avere: la volontà. Chiuso in casa, senza vedere nessuno, inflessibile, intangibile, si dedicò soltanto al suo libro, come se nient’altro al mondo esistesse e nient’altro esisteva). Si ammalò. Per amore del suo libro, non volle curarsi. Morì per eccesso di volontà, mentre la sua cattedrale restava incompiuta. Volontà, malattie
[…] la tenerezza morbida e radiosa che si avvicinava agli esseri per condividerne ogni piega; e poi il dono di trasformarsi in una moltitudine; e infine quella specie di sottile, inebriato stato di trance, che gli amici specie nella giovinezza riconoscevano in lui, sia di fronte ad un arbusto sia a una persona sia a una colombe poignardée. Trance
Presenza anagramma di speranze.
Un amico o una persona amata avevano una presenza reale accanto a lui e dentro di lui, sebbene fossero separati dalla distanza di una lettera o di una linea telefonica. Il loro corpo era lì, come l’ostia nel ciborio.
Gli altri sono incomprensibili. Negli altri non si penetra mai. Il mistero che si estende tra due individui non è meno oscuro di quello che divide l’Idea e la Realtà. Idea
Il dolore era la vera arma per penetrare nel cuore degli altri: uno strumento al quale nessuno era pari. Aveva letto Schopenhauer, e come lui pensava che l’amore puro fosse “per essenza pietà”. E pietà, compassione era anche l’amicizia. Lui non credeva che l’amicizia fosse un “voluttà spirituale e casta”, come scrisse una volta a Vaudoyer: l’amicizia dei filosofi e di Cicerone. Non era nulla di così limitato e misurato: ma sofferenza, rinuncia, sacrificio, perdita di sé, immolazione dostoevskijana. Ebbe la rivelazione di cosa fosse per lui l’amicizia, quando ascoltò il Parsifal di Wagner. Giunse alla scena nella quale Kundry bacia Parsifal. In quel momento Parsifal ha un gesto di spavento: preme il cuore con le mani: baciando Kundry, ha rinnovato in sé il bacio di Amfortas, la sua passione, la sua colpa, la sua piaga, che ora sanguina terribilmente nel proprio cuore. Egli è diventato Amfortas, con un’identificazione assoluta, perché la sua sola scienza è: Durch Mitleid wissend, “Sapere attraverso la compassione”. L’illuminazione di Parsifal colpì profondamente Proust, tanto che la paragonò, in una nota della Recherche, all’illuminazione che rivelava al suo eroe, nella biblioteca dei Guermantes, l’essenza della memoria, del tempo e dell’eternità. Amicizia, sofferenza
Rivedere pg. 83
Quando incontrò il primo lillà in fiore, che avrebbe dovuto essere del tutto inoffensivo, venne assalito da una tale crisi di asma, che i piedi e le mani gli divennero violacee come quelle degli annegati. Malattie
Per venti o trenta o quaranta ore, Proust subiva la crisi d’asfissia: non poteva respirare, né parlare, né mangiare, né scrivere: impallidiva, aveva sudori freddi, il corpo gelava; e la febbre saliva fino al delirio.
Proust visse come un gufo: uno strano gufo, figlio della luce, che non sopportava di vivere la notte. Rimase sempre il bambino, di cui racconta il Jean Santeuil. Nella Recherche: “Io, lo strano essere umano, che, attendendo che la morte lo liberi, resta immobile come un gufo e, come lui, vedo un po’ chiaro soltanto nelle tenebre”. morte
Amava Ruskin e le sue montagne ne®vose
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giovedì 22 aprile 2010
giovedì 15 aprile 2010
Come Proust può cambiarvi la vita. Alain de Botton


Per un attimo si sperò che potesse guarire quando, alzatosi a sedere sul letto, chiese una sogliola alla griglia, ma dopo che il pesce fu comprato e cucinato, Proust fu preso dalla nausea e non riuscì a toccarlo. Morì poche ore più tardi per un ascesso a un polmone.
La ricerca delle cause che stanno dietro allo spreco e alla perdita di tempo è uno dei temi centrali della Recherche.
“Ah, Céleste”, disse, “se fossi sicuro di poter fare con i miei libri quello che mio padre ha fatto per i malati”.
Dopo la sua morte, l’amico Lucien Daudet scrisse un libro di ricordi proustiani; tra gli altri c’è il racconto di una visita al Louvre. Ogni volta che guardava un quadro, Proust aveva l’abitudine di cercare di far corrispondere i personaggi rappresentati sulla tela alle persone che conosceva nella vita reale. Daudet racconta di un dipinto di Domenico Ghirlandaio intitolato Vecchio e nipote.
Proust osservò il quadro del Ghirlandaio per un momento, poi si girò verso Daudet e gli disse che quell’uomo era l’immagine sputata del marchese de Lau, una figura molto nota nel bel mondo parigino.
“Esteticamente, la gamma dei tipi umani è troppo limitata perché non si provi di frequente, ovunque si vada, la gioia di rivedere persone conosciute”.
“uno non può leggere un romanzo d’amore senza attribuire allperoina i tratti della persona che ama”
Albertine, vista l’ultima volta mentre passeggiava per Balbec con i suoi magnifici occhi ridenti
Come disse il fratello di Proust, Robert, “La cosa triste è che le persone devono essere molto malate o devono essersi rotte una gamba per avere la possibilità di leggere la Recherche”.
Alfred Humblot: “Non riesco a capire perché un tizio abbia bisogno di trenta pagine per descrivere come si agita e si rigira nel letto prima di addormentarsi”.
Proust era più spaventato dai topi che dai cannoni
Ottantatrè volte si era pulito il naso dall’inizio di una lettera lunga tre pagine scritta per Reynaldo Hahn. Versaille è a ottantatrè metri sopra il livello di Parigi e Proust non riesce a salire le scale dopo aver fatto ritorno a Parigi.
P. diceva di essere sospeso tra la vita e la morte sei giorni su sette.
Se era sempre stato così malato, affermava Hauser, dipendeva dall’essere rimasto a letto tutta la vita con le tende chiuse rifiutando i due elementi fondamentali per una buona salute: il sole e l’aria fresca.
“L’intera arte del vivere consiste nel trarre vantaggio dalle persone che ci fanno soffrire”.
“Le idee sono i succedanei dei dolori; nel momento in cui questi si trasformano in idee, perdono una parte della loro azione nociva sul nostro cuore.
Chi non conosceva Proust molto bene aveva la deprimente tendenza a chiamarlo col nome di uno scrittore contemporaneo all’epoca molto più famoso: Marcel Prévost. “Sono totalmente sconosciuto”, riconobbe Proust nel 1912.
Proustificare, coniato Da Fernand Gregh: “per esprimere un atteggiamento, non del tutto involontario, di gentilezza e di interminabile, deliziosa affettazione”.
La primavera di Millet, uno dei suoi quadri preferiti.
La cameriera di Proust era un’idiota: credeva che Napoleone e Bonaparte fossero due persone diverse, e si rifiutava di credere a Proust quando le spiegava che non era così.
“Mentre scrivevo il mio libro, sentivo che se Swann mi avesse conosciuto e avesse potuto servirsi di me, avrei saputo rendere Odette innamorata di lui.
Proust malato chiuso nell’arca. “Capii allora che Noè non avrebbe mai potuto vedere il mondo così bene come dall’arca, benché fosse completamente chiusa e fosse notte sulla terra”.
Nel 1899 in autunno andò in vacanza sulle alpi francesi, alla stazione termale di Evian, ed è qui che lesse e si innamorò delle opere di John Ruskin, il critico d’arte inglese noto per i suoi scritti su Venezia, Turner, il Rinascimento italiano, l’architettura gotica e i paesaggi alpini.
Illiers-Combray. In un angolo della rue du Docteur Proust, alla porta della panetteria-pasticceria è appeso un grande cartello che lascia un po’ sconcertati: “La casa in cui zia Léonie comperava le sue madeleine”.
Non è Illiers-Combray che dobbiamo visitare: se vogliamo davvero rendere omaggio a Proust dobbiamo cominciare a guardare il nostro mondo attraverso i suoi occhi, e non guardare il suo mondo attraverso i nostri occhi.
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